Una storia, più mia

Credo che, nella mia vita a Palmariggi, io abbia trascorso più tempo a casa della nonna che a casa mia. La casa della nonna è “nnazi ‘a chiazza, de costi alla chiesa e sutta all’arcu”. Ci si può sbagliare solo per le persiane verdi che accomunano le facciate bianche di quelle case del centro storico. Tutte senza campanello né nomi sulla porta. Raramente si incappava in questo equivoco e quando questo succedeva, almeno fino a poco tempo fa, la giusta indicazione veniva da una voce proveniente dall’interno di quelle piccole abitazioni con precisione acuta e gentilezza arcaica. Lì, a casa della nonna, ho vissuto il periodo migliore della mia vita. Era il mio rifugio, il primo posto in cui ho trovato la saggezza, l’ascolto, la fantasia. Quella casa conserva ancora la stessa atmosfera, gli stessi mobili, lo stesso divano, gli stessi fornelli di quando ero piccola. C’è ancora il mio bicchiere preferito, il piccolo tappo di un termos marrone; usavo solo quello. Manca il profumo del sugo che la nonna preparava la domenica e che io “assaggiavo di sale” riempiendo una mezza rosetta dopo la messa delle 9 e 30. O quello della farina di grano duro delle “sagne” che così buone non ne ho più assaggiate, o delle melanzane sott’olio, o della frittata di pasta, o della minestrina con i semi di mela dell’inverno che mangiavo in due piatti per farla raffreddare più velocemente. O dei mandarini che sbucciavo accanto a lei davanti al camino lanciando le bucce tra le fiamme. 

Nella prima stanza della sua casa, con le mattonelle antiche, dalle fantasie geometriche che ricordano dei fiori, c’era e c’è una poltrona, e accanto alla poltrona una sedia più piccola. Negli occhi ho ancora il ricordo del nonno e della nonna seduti fedeli e vicini ai lori posti, nonno elegante con la mano posata sul cuore ma da dentro la giacca del suo completo grigio e le gambe incrociate e nonna accanto, con “la mantera” fino alle ginocchia e le maniche del vestito rimboccate, pronta all’azione. Li ricordo sempre complici amarsi di un amore non appariscente ma infinito. Prendersi cura l’uno e dell’altro anche rimanendo in silenzio. Fino all’ultimo mia nonna ha parlato del nonno chiamandolo “lu Totu meu”.

Ricordo mio nonno di una bontà e di una dolcezza infiniti. Ricordo quando gli chiedevo di raccontarmi le storie della guerra e lui mi faceva sedere sulle sue ginocchia e iniziava a raccontare proprio quella che mi incuriosiva, appassionava e spaventava allo stesso tempo. “La trincea” “E poi?” “La pallottola nel dito”, “E poi?”, “Ero ferito gravemente” “E poi, e poi nonno?”. Non so cosa darei per ascoltarlo ancora, per ricordare ogni dettaglio della sua storia, per farmela ripetere, per essere ancora più attenta, per fare più domande. O per sedermi sul suo letto quando non poteva alzarsi più e raccontargli io una storia, dedicargli più tempo. Ma avevo solo sei anni e quando mi chiamava correvo sempre da lui.

Mia nonna invece era il pragmatismo, la decisione, sapeva sempre quale fosse la cosa migliore da fare, aveva il consiglio giusto e decifrava i complicatissimi problemi esistenziali che sottoponevo alla sua attenzione con una sola frase. In nessun libro di filosofia avrei potuto trovare così tanta chiarezza. “Spuragna la farina quandu la mattra è china ca quandu lu fundu pare pocu te giova lu spuragnare”, “Li ziti su peti de banca, unu se lleva e l’autru nu manca”, “Fior di la menta, chi esce dal mio cuor più non entra, fior di lamenta”. E tanti altri che avrei dovuto appuntare, come dicevamo sempre di fare con mia zia Mina. Zia continua a citare la nonna, quasi in ogni conversazione più confidenziale: “Comu dicia la nonna Sina..”. Perché lei aveva questa capacità, riassumeva e ti capiva per poi dire “Tutti i cunsiji senti ma lu tou nun lu lassare”. Non giudicava mai e non sparlava mai di nessuno, cosa non scontata. La seguivo sempre, andavo con lei da lu Geramia, da Mesciu Dunatu, da lu Craziu e lu Ferrucciu, rispettivamente il negozio di alimentari di fiducia, il calzolaio di fiducia, la macelleria di fiducia.

“Nannzi ‘a chiazza, de costi alla chiesa e sutta all’arcu” ero libera, irrequieta e disubbidiente, come quegli anni ’90 in un paesino del Sud. Ogni giorno sbucciavo le ginocchia, usavo i coperchi delle pentole come tamburi, scavalcavo cancelli, oltrepassavo giardini, acchiappavo lucertole, curavo passerotti, adottavo gatti randagi, facevo amicizia con i cani randagi adottati a loro volta dall’intera comunità. Andavo a comprare il gelato da lu Pippi e la Domenica mi faceva entrare dal retrobottega. Mi sentivo orgogliosa e privilegiata, quella porticina che, da una stretta stradina del centro storico dava al laboratorio artigianale, era per me era il portone di accesso ad un mondo fantastico e quel profumo caldo e avvolgente è un altro che ho perso ma che cerco di riacciuffare tra i ricordi dei miei sensi. “Sii nu passerottu dispettusu” mi diceva ridendo la Teresa della Giovannina acchiappandomi al volo in un abbraccio, o “sii pesciu de na furmicula culirussa”, mi ripeteva la nonna. In effetti ero una peste iperattiva. Correvo senza sosta con le guance rosse da un punto all’altro della mia zona non delimitata da confini ma che tacitamente avevamo stabilito con nonna e zia, ovvero fin dove arrivava il suono del loro urlo “Elisaa” e la mia risposta doveva essere pronta e ugualmente ascoltabile. Oppure partiva il passaparola della gente del paese che mi geolocalizzava. Generalmente era un “sta scioca cu la Monica e l’Andrea addha rrittu…” Eravamo liberi ma controllati. A quel “ddha rrittu” si aggiungeva un nome di persona o un nome di persone più l’epiteto o il patronimico. Per quanto il paese fosse piccolo, io non ho mai fatto caso ai nomi delle strade (ovvio, escluse quelle principali), ma ogni luogo ha sempre avuto il suo punto di riferimento umano, per orientarsi meglio.

Monica ed Andrea generalmente assistevano alle mie cadute, scavalcavano con me i cancelli e possiamo dire che insieme ci incoraggiavamo nelle prove più rischiose e azzardate. Insieme mangiavamo il panino con le polpette che ci preparava la cummare Nina, o andavamo a bere l’acqua frizzante della nonna Maria nelle bottiglie di vetro vuoto a rendere, ovviamente dopo aver salutato nonno Giovanni. I nonni di ognuno erano i nonni dell’altro. E il trattamento per gli amici era lo stesso. Dal ’99 in poi a giocare a campana con Chiara sul marciapiede di fronte casa della nonna Maria, con le vecchine affacciate dai balconi delle case a corte. La piazza del paese era sempre piena di ragazzini che giocavano a pallone o a carte “sulli scaluni”, sui gradini di casa della signorina Cetta. La piazza era davvero piena di movimento che mia zia mi chiedeva di controllare bene con lei la visuale per non mettere sotto nessuno con la sua rumorosissima Panda panna di fine anni ‘70.

“Nannzi ‘a chiazza, de costi alla chiesa e sutta all’arcu” si vedeva meglio la vita del paese che ho sempre amato. Tito quando mi vedeva suonava il campanello della sua carrozzina motorizzata e ripeteva un tre volte rafforzativo “’lisa mea, ‘lisa mea, ‘lisa mea”, di tanto in tanto si vedeva Mesciu Vitu suonare i suoi pezzi con la fisarmonica, lu cumpare ‘Ntoni che si arrabbiava con i ragazzini che tiravano pallonate sul muro laterale della chiesa o lo si vedeva sfrecciare sulla sua Vespa annni ’50 con la cummare Nina seduta di lato come in un film neorealista, la Silvana, sinonimo di vigore, che ce ne diceva quattro o belle o brutte, dipende. Poi la Rosaria per strada, con la sedia rivolta verso la porta di casa, a ricamare a tombolo nelle stagioni primaverili, e continua a farlo mostrandomi ancora i suoi capolavori. Lu Quaranta con le canzoni e le improvvisate delle sua trombetta. La Nunziatina, con l’insegna de La gazzetta del Mezzogiorno, i tabelloni Algida sbiaditi e il simbolo del telefono pubblico incastonati sui muri della sua bottega dall’intonaco fragile. E poi le comitive di anziani seduti sui gradini e sulle panche di pietra a bere vino a mescita, a volte mischiato con la gassosa.

Ho nella mente i tanti volti e i piccoli gesti degli anziani del mio paese di quando io ero bambina o ragazzina, ma stanno scomparendo i loro nomi. Per tanti sono anche scomparsi i volti. Ripenso a quella vecchietta a cui facevamo i dispetti o all’altra che ci urlava contro quando andavamo a dare i primi baci (o a spiare chi li dava) vicino casa sua, la signora esile con il velo in testa e il vestito nero a lutto che ci affascinava e spaventava allo stesso tempo. Come loro tanti. Cerco di conservare per me la mia personale memoria collettiva che sta svanendo. Certo, ogni individuo ne custodisce dentro una parte più dettagliata e composta dalle persone più vicine al proprio vissuto che non permette all’oblio di appropriarsi della storia che ci ha fatto essere chi siamo sedimentando usi e tradizioni trasmessi per generazioni. Ho perso molto di ciò che ha contribuito ad essere la bambina che ero e la donna che sono. Tanti del mio paese sapranno ridare nomi e storie a quei volti sbiaditi che ho nella memoria aiutandomi a ricostruire i legami con le mie radici. La dimenticanza è un processo graduale, non sempre crudele. Spesso dimentichiamo per non soffrire. Anche se il cuore, in fondo, conserva ciò che lo ha toccato e anche se è bene preservare i momenti migliori del presente trasformandoli in promemoria per il futuro.

In questo periodo assurdo stiamo perdendo, ogni giorno, coloro che custodiscono la memoria collettiva del nostro Paese. Perdiamo la saggezza, i modi di dire, le espressioni, le parole, le usanze e il ricordo di coloro che non hanno mai dimenticato e che porteranno con sé. Senza essere pronti, senza preavviso. Sta succedendo e non si ha nemmeno il tempo di dire addio, come se il male stesse estirpando le radici della pianta che cresce rigogliosa. Forse è per questo che ho ripercorso la mia storia, non voglio dimenticare nessuno.

Elisa Toma

#bipolArt #nonsifermanleparole

9 Risposte a “Una storia, più mia”

  1. Stefania Maggio dice: Rispondi

    Complimenti Elisa.. Per un attimo ho ricordato la mia infanzia.. Con i nonni, gli amici, i profumi, i giochi, ma soprattutto con la spensieratezza.. E per un attimo le. Mie lacrime non sono più di dolore per quello che stiamo vivendo ma sono di nostalgia, quella bella che ti fa capire che il cuore può ancora battere. Grazie, grazie e ancora grazie ❤️

    1. Graziee!!!

  2. Giulia Carrapa dice: Rispondi

    Ciao. Bellissimo articolo davvero e molto toccante. Io sono attualmente in Spagna e volevo chiederti se fosse possibile scrivere qualcosa. Amo la scrittura e penso che in questo momento sia un giusto mezzo per evadere dai pensieri di questi ultimi giorni.
    Grazie.

    1. Giulia, certo che sì. Inviami il tuo testo su elisatoma13@gmail.com 🙂

  3. Bellissimo articolo 😉

    1. Grazie mille! 🙂

  4. Dario rossetti dice: Rispondi

    Ho letto tutto d un fiato e mentre lo facevo ricordavo i volti e le strade , la Rosaria cu lu Tombolo! Molto bello grazie ,mi hai riportato indietro e in paese .

  5. Grazie Elisa, mi sembra di rivedere te e tutti voi, lí.
    Il tuo racconto mi aiuta a rimette a posto i pezzettini che custodisco nel cuore (venendo “giù” a trovare i nonni o in estate o a Natale) come un bellissimo puzzle.
    In questo triste momento mi trovo a vivere in alcune delle zone piú colpite. Perdiamo familiari, amici, conoscenti. Non abbiamo il tempo di metabolizzare, di trovare una spiegazione che non parli di statistiche e numeri.
    Ma finché ognuno di noi unirà i propri pezzetti di puzzle con quelli degli altri la nostra memoria collettiva non andrà persa.

  6. Nadia Pecchenini dice: Rispondi

    Complimenti Elisa…. Bellissima la tua storia… Mi hai fatto rivivere dei bei ricordi 💗 e momenti vissuti anche personalmente seppur di brevi periodi…. ma intensi😪 un forte abbraccio 🥰
    Noi purtroppo stiamo vivendo brutte giornate… Barricati in casa e questo sarebbe la meno peggio se non continuassimo ad affrontare giornate dove il silenzio è interrotto dalle continue sirene delle autoambulanze…, 🙏🙏🙏🙏speriamo che la situazione migliori al più presto 🙋‍♀️💗🤞🤞

Lascia un commento