Muri Maestri di Michela Monferrini

È quello che separa Israele e Cisgiordania, il primo muro che colpisce Michela. Barriera, la chiamano. Di fatto, però, è un muro. Un muro lunghissimo, che divide popoli, regioni, famiglie, vite. Ed è a questo che si pensa, in genere, quando si pensa ai muri: divisioni, separazioni, lontananza. Quel muro non può lasciare indifferente Michela. È al primo anno di Università, ha tanto entusiasmo, un pizzico di arroganza, e decide che sì, la tesi la farà proprio su quel muro. Inizia ad accumulare materiale: fotografie, articoli, documenti. Poi la tesi non si fa più, ma la cartelletta contenente le storie di quei muri rimane lì, e nuove storie continuano ad arrivare, offerte da amici e conoscenti che ormai, quando sentono parlare di muri, pensano a lei, a Michela, che quei muri li colleziona. La “barriera” tra Israele e Cisgiordania, però, non è l’unico muro che divide gli esseri umani. Ce ne sono tanti, troppi altri.

 

Il muro di rete e filo spinato tra il Marocco e le enclave spagnole di Melilla e Ceuta. Il muro tra Arabia Saudita e Yemen. Le centinaia di chilometri di muri entro Baghdad, tentativo di dare contorni alla violenza. Il muro elettrificato tra Zimbabwe e Botswana, nato a protezione degli animali, diventato altro. I muri tra India e Bangladesh da un lato, India e Pakistan dall’altro. Il muro tra le Coree, al 38° parallelo, […].

 

Tra quei muri, però, Michela ne scorge alcuni che non dividono, al contrario: muri che portano, incastonate in essi, la memoria, la storia, le vite che li hanno segnati. Le protagoniste di “Muri Maestri” (La Nave di Teseo, 2018) sono le storie raccontate da questi muri, e sono storie che parlano di fratellanza, desiderio, amore, sensibilità, impegno, giovinezza, dolore e fede. È la storia di Alice Ayres, il nome che la protagonista di “Closer” fa suo, rubandolo a una donna la cui esistenza è ricordata da un muro, in un parco di Londra – il Postman’s Park.

Quel muro esiste davvero, quella donna anche. E così tutte le altre persone di cui quel muro impedisce la dimenticanza, persone che hanno sacrificato la loro vita per salvarla ad altri, eroi quotidiani che un semplice muro in un semplice parco riscatta dall’anonimato e dall’oblio. Le protagoniste sono le storie che sottendono i desideri riversati sui “before I die Walls”, pareti che ospitano aneliti semplici, comuni, ma anche divertenti, scanzonati, commoventi, dolorosi. Così come le storie affidate a uno dei muri più famosi di sempre, il Muro del Pianto, i cui interstizi si fanno culla delle preghiere dell’umanità intera, le cui crepe ospitano ogni forma di dolore, peccato e rimorso. Un cuore di pietra, granitico eppure pulsante, malleabile, che si confà alla natura umana che accoglie in sé.

Le crepe, anziché eliminate, divengono così la componente fondamentale del muro. Simile è l’arte di Jan Vormann, che, nato a Berlino, va in giro per il mondo cercando muri, non per abbatterli, ma per abbellirli, colmandone le crepe con mattoncini Lego. Nel leggere queste storie, ho pensato all’arte giapponese del Kintsugi (da “kin”, oro, e “tsugi”, riparare): colmare le fratture con l’oro, renderle evidenti, preziose. Visti dall’alto, forse, è questo che sembrano certi muri, lunghi e cupi: grandi spaccature sulla superficie mondo. In alcuni casi, fortunatamente, qualcuno le colma d’oro. È ciò che fa chi, come Frédéric Baron, colleziona i “ti amo” con cui Daniel Boulogne tappezzerà un intero muro di Parigi. È ciò che fanno i cinque anziani che, memori del loro impegno partigiano o spinti dalla saggezza propria della loro età, non si dànno per vinti e perseverano nel portare avanti le loro battaglie a suon di marker e scritte sui muri. “Il mercato delle armi uccide”.

È ciò che ha fatto JR, attaccando gigantografie di primi piani fotografici di uomini e donne a dei palazzi, donando ai soggetti di quelle foto attenzione, rilevanza. Del resto è questo che si fa, quando si raccontano storie, che le si disegni, le si scriva o le si fotografi, e che lo si faccia su carta, su tela o su un muro. Si salva la memoria dalla dimenticanza, si salva l’essenziale dalla marginalità, si persevera nel tentativo di comunicare, anche laddove tutto sembri ostacolarlo, anche laddove il messaggio dovesse apparire incomunicabile. L’altro giorno, con un’amica, stavo parlando della necessità di raccontare certe storie, di non tenerle per sé, di congiungerle con le altre affinché voci isolate diventino un coro. Ed è proprio ciò che fa Michela Monferrini in questo libro: non si limita a raccontare delle storie, bensì tira dei fili, fili che congiungono muri lontani migliaia di chilometri, fili che connettono istanti separati da centinaia di anni. E, nel farlo, usa una voce delicata, attenta ai dettagli, la stessa voce che si trova in “Chiamami anche se è notte” (Mondadori).

Alla fine, guardando tutto dall’alto, come il Barone di Calvino che fa capolino in queste pagine, si vedrà che quei fili, tesi tra crepe dorate, s’intrecciano in una trama che parla di coraggio, bellezza, resistenza. Sarebbe un errore pensare che, raccontando i Muri Maestri, ci si dimentichi degli altri muri, quelli cupi, grigi, quelli che separano. È vero il contrario: è raccontando queste storie, che si forniscono gli strumenti per sconfiggere le altre. Affinché i muri, un giorno, servono solo a tenere su le vite, e non a dividerle.

Alex Piovan

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