Lontani, lontani, ma vicini.

Quando tra qualche tempo mi ritroverò a raccontare tutto questo dirò sicuramente che è stata un’esperienza assurda. Dirò di quanto io sia stata fortunata a superare questa pandemia, ma dirò anche che la paura di non farcela era tanta e aggiungerò che il timore che si ammalasse qualche mio caro era ancora maggiore.

Dirò che la verità è che fino a quando le cose ci vengono raccontate non ci crediamo, le pensiamo impossibili, lontane astratte. Ma poi un giorno la malattia ti sfiora, qualche tuo conoscente risulta positivo ed è allora che sprofondi. In cosa? Nella paura, di nuovo.

Dirò che attendevo il momento della laurea magistrale come pochi altri momenti prima, ma spiegherò che la vita è imprevedibile. Mi immaginavo da anni, in ogni minimo dettaglio, la discussione, la proclamazione, le numerose feste organizzate da mesi; un susseguirsi di eventi e di persone, di vociare e congratulazioni, ma no, racconterò che non andò così. Tutto stravolto, tutto diverso.

Racconterò degli aperitivi e delle pizzate su skype con amici vicini, ma lontani, lontani, ma vicini. Racconterò dei negozi chiusi, dei vicini visti dalla finestra, di mio nonno visto dal giardino. Già, il nonno. Sono per lui e per mio papà le mie paure più grandi. Ancora una volta questa parola, PAURA.

E alla fine cosa dirò? Che con la paura si impara a convivere, la si affronta. Che con la noia si aguzza l’ingegno. Che è importante sapersi lavare bene le mani. Che i 20 minuti concessi di passeggiata isolata nei boschi sono un dono enorme. Che la libertà di movimento e condivisione hanno un valore inestimabile. Che dobbiamo abbracciarci di più e parlare di meno. Che le priorità cambiano e si impara a capire quanto di superfluo ci sia stato nella vita “A.C.” (= Avanti Coronavirus).

Auguro a tutti noi, popolo del mondo, di poter arrivare a scrivere un pensiero “D.C.”… Ce lo auguro davvero.

Ilaria Allasia

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