I polacchi

I polacchi. A Foggia tutti conoscevano così, con il nome di un popolo, il mercato di cianfrusaglie vicino allo stadio.

Un’abitudine che mi ha sempre fatto pensare, quella di dover trovare un’aggettivazione geografica a questo tipo di commercio. Prendete il marcato dei vestitini usati. Vintage? Macché: “pezze americane”. Americane perché gli americani, ovvero i soldati americani, durante l’occupazione del quarantatré regalavano i vestiti vecchi in cambio della promessa di una sveltina. Che non arrivava quasi mai perché prima arrivavano le mazzate dei fratelli e le taccarate dei mariti.

Americane pure perché gli americani, ovvero gli americani-americani, quelli veri, quelli alla fine delle navi, quelli iuessei, quelli al punto B del segmento blu tracciato sul mare, usavano i pacchi di vestiti laceri per comprare i voti a favore della diccì. Con gentile intermediazione di qualche prete, s’intende. Il patto era questo: tu voti scudocrociato che tanto nel seggio Dio ti vede e Stalin no, e io ti mando la roba per te e i figli tuoi (che se poi non la rompevi poteva anche essere che andava a tutti i figli tuoi, come in eredità).

Ma i polacchi no. I polacchi erano un’altra cosa. Non erano semplicemente l’alternativa anni Novanta di quel primordiale mercato. Erano la sua nemesi. I polacchi erano un mercatino malandato delimitato: dal muro di cinta della guardia medica con i murales degli ultrà del Foggia; da un parco che qualcuno chiamava “Volontari della Pace” e qualcun altro “piazza Libbanese” (che poi in verità di scriverebbe con una B sola ma a Foggia la regola della doppia funziona proprio all’opposto) ma dove tutti ugualmente compravano il fumo puzzone; da un benzinaio Api che finiva sempre la benzina e mannaggiallamorte se arrivavi a riserva.

Ai polacchi, a differenza delle pezze americane dove non ci stavano e non ci stanno gli americani, una cosa tornava, matematica: ci stavano davvero i polacchi. I polacchi che erano arrivati in Italia dopo la caduta del Muro di Berlino. Polacchi originali, certificati. Polacchi coi capelli pantone-biondo-polacco, un giallo arido tendente al giallo grano-ai-margini- della-provinciale-che-porta-ad-Ascoli-Satriano-quando-fa-caldo-assai. Polacchi altissimi, alti un foggiano più un Brunetta/un Brunetta e mezzo almeno, con gambe sottili come trampoli di pioppo scheggiato. Polacchi con gli occhi polacchi di marca, tristi e lacrimosi, trasparenti come fondi di bottiglia di gazzosa lasciata a metà. E un sacco di altri elementi polacchissimi.

Io pensavo che era giusto che i polacchi si chiamasse proprio I polacchi, con la I e al maschile. Perché di polacche con la e, polacche bionde e alte e rubiconde come sui libri di pubblicistica sovietica, non c’era traccia. C’erano le matrioske di legno che le mettevi una dentro l’altra e confesso che pensavo che alcune meritavano di essere abbracciate, ma di altre femmine da mangiare con gli occhi niente, nemmeno una traccia. Pensavo quindi che se avessero chiamato I polacchi Le polacche sarebbe stata una truffa bell’e buona e io non ci sarei andato più.

Mio nonno ai polacchi c’andava invece tutti i venerdì pure senza le polacche. Prima però andava al Venerdì, il mercato del venerdì, conosciuto familiarmente anche con il nome della settimana in cui s’installava di fronte a campo sportivo. Il Venerdì era più che un mercato: era un mondo grandissimo. Al suo interno c’erano le pezze americane. Ma c’era pure la parte con la roba buona, i completini di contromarca e le tute di felpa con i loghi di Batman fatti male, le calze dell’Adias e le cartelle dell’Invita. Quando hanno messo i tornelli al campo sportivo con annessi cancelli di sicurezza, il venerdì e le pezze le hanno traslocate in un parcheggione lontanissimo dal centro e al loro posto c’è nato il mercato delle biciclette fottute di notte nei box a rione Martucci.

Insomma mio nonno ai polacchi ci andava al venerdì, a piedi. E ci comprava tre ordini cose: cannocchiali da non usare perché non viaggiava e che infatti rifilava a qualcuno; lenti d’ingrandimento per non leggere se non le bollette; e una pozione in gel bianco puzzosissima all’eucalipto per il mal di schiena con sopra sulla latta il simbolo di una tigre goffamente raffigurato e che mio nonno metteva nel bagno, sul lavandino, affianco al bicchiere con la dentiera.

Io ai polacchi ci sono diventato comunista. Nessuna ragione politica. La mia era una questione estetica. Mi piacevano tantissimo le patacche sovietiche. Mi piacevano soprattutto gli orologi da taschino, che compravo di nascosto da mia madre. Un po’ perché costavano troppo, un po’ perché non condivideva questo strizzare l’occhio al proletariato d’Oriente. Soprattutto perché mi vergognavo di questo fatto qua: mi dimenticavo di averlo nella tasca e tempo un mese, togliendomi i jeans, lo scassavo. Dopo la terza cipolla rotta sono passato alle spille e ai cimeli dell’Armata Rossa: falci, martelli, teste di Lenin, baffi di Stalin, simboli della marina, celebrazioni eponime, simboli del cheghebè facevano bella mostra di sé nel nascosto del mio armadio. Il mio tesoro di cui ero signore. Dal signore degli anelli al signore delle spille.

Ai polacchi c’ho fatto anche la mia prima pomiciata. Lei, figlia di un medico ricco, riccia e alta più di me. Io, figlio di un operaio con le camicie grandi grandi e truccato sotto agli occhi con le matite di mia madre come Cartcobéin. Tecnicamente non è stata una pomiciata pomiciata, quanto piuttosto una specie di sfregamento di labbra facendo salasso a scuola. Molto più romanticamente la lingua ce l’abbiamo messa poi di fronte a un film d’amore nell’ultima fila di un cinema che fu porno prima e che ora non esiste più. Il film era The Acid House. Una settimana dopo, alla vigilia di Natale, m’ha mollato. Io avevo pensato di regalarle la più bella spilla dell’Armata Rossa per la quale avevo tirato sul prezzo una domenica mattina intera che a momenti mi perdevo il derby col Nardò con tutto che il campo era a qualche centinaio di metri da là. Ho passato il Natale piangendo, onorando la Nascita di nostro Signore con bestemmie e limoncello, e dimenticandomi subito del dolore. Perché in fondo, adesso, c’avevo la spilla dell’Armata Rossa. Quella più bella, per cui avevo contrattato tutta una domenica mattina prima di Foggia-Nardò.

Piero Ferrante

#bipolArt #nonsifermanleparole

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