Genesi 3.0, tra burocrazia e alienazione

GENESI NEO.

Da oggi in libreria il nuovo romanzo di Angelo Calvisi per neo. edizioni

In un luogo imprecisato, un bosco; nel bosco, una palazzina; nella palazzina, Simon e il Polacco. Conducono una vita ordinaria, semplice – anche se non precisamente idilliaca, – con giorni che trascorrono “nell’ombra di questi alberi, […] assieme alle urla del Polacco, alle nostre battute di caccia, ai decolli abortiti di Mitropa”. Capita che Simon si defili, che s’addentri nel bosco, esplorando zone non ancora battute dalle sue escursioni. Ed è durante una di esse che, per caso, s’imbatte in uno stabilimento abbandonato, nel quale scorge una coppia di adulti e un bambino e “questo è il primo mattone della società umana, penso elettrizzato”. È qui che decide di fare ritorno nelle spedizioni successive. Un giorno, però, tutto cambia. Simon e il Polacco devono lasciare la palazzina, spostarsi da quell’oasi naturale per raggiungere la Capitale. In ballo, una non meglio precisata missione urbanistico-militare che il Polacco – detto il Grande Urbanista – deve portare a compimento. È nella Capitale che prende il via il vortice di alienazione e deliri che rappresenta il nucleo del romanzo: Simon sprofonda nei processi meccanici della Capitale, nella sua nauseante e illogica burocrazia, nei suoi meandri isolati e grotteschi (la città è suddivisa in Zone, ciascuna delle quali è destinata a uno specifico ruolo all’interno del quadro urbanistico), nei suoi folli e ambigui abitanti, nelle sue pratiche disumane e disumanizzanti. Una volta solo, Simon si trova alle prese con carichi di lavoro logoranti e inutili.

Adesso con questo tesserino posso entrare e uscire dal lavoro in totale libertà. Mi hanno messo in coppia con un vecchio rugoso come la corteccia di un faggio. Andiamo insieme a comprare le sigarette per lo Stato Maggiore e lucidiamo gli stivali dell’intero reggimento. Qualche volta passo il rastrello sull’asfalto. Sul manto stradale non ci sono foglie, però lo passo ugualmente, per non perdere la mano.

Fingendosi malato, cerca di districarsene e, di notte, salendo in cima a una torre della Zona Portuale, contempla la città:

Tutto attorno a me declinava la Capitale, era un corpo raggomitolato su se stesso, con la carne innervata dalle fortificazioni e le piazze spalancate nel buio, come occhi. Ho riconosciuto sulla collina isolata a occidente il contorno severo dell’istituto di Agraria e con il binocolo del soldato ho scorto nei vicoli davanti al mare quelle persone, gli Altri. Palpitavano nella penombra, anzi brulicavano come i lombrichi che proliferano nel cortile dove sono cresciuto.

La minaccia che incombe sulla Capitale, infatti, sono loro: gli Altri – chi siano, di preciso, non si sa. Ciò che si sa è che si rifiutano di adattarsi: vogliono sovvertire l’ordine stabilito, destabilizzare lo stato delle cose. È di questa paura che si nutre ed è con essa che si giustifica l’impasse della Capitale, in cui la stessa continua a rinnovarsi senza rinnovarsi mai. Questo graniti immobilismo sembra essere l’unica volontà pulsante, determinata dalla necessità di rigenerarsi tale e quale, cambiando posizione alle pedine e rimescolando le carte, ma mai le regole del gioco. È a questo scopo che s’industria la cancerosa macchina burocratica e giudiziaria che ne regola l’andamento: arbitrarie dichiarazioni di paralisi (alle quali gli interessati si attengono pedissequamente) qualora l’individuo si rifiutasse di confessare qualcosa – che cosa, non conta; interventi chirurgici innecessari, volti a ridurre il tempo di degenza in ospedale, che finiscono col produrre infezioni, che richiedono altri interventi e avanti così fino al dismembramento totale di interi corpi; comparse scritturate per processioni a lutto; disquisizioni sapienziali sul ruolo della (santissima) defecazione; eccetera. Dimenticate i vecchi totalitarismi: nella Capitale, anche i leader, benché glorificati e santificati, non hanno potere alcuno, sono interscambiabili. In questa nuova Genesi, l’unica forma di potere è detenuta da una sostanziale inerzia in cui il Sistema si trascina pur di continuare a rimanere Sistema, senza bisogno di burattinai o guide. In questo grottesco ed estraniante turbinio conviene pertanto stare fermi, in disparte, nella speranza che al prossimo colpo di scopa ci spetti ancora un posto all’interno del meccanismo, al solo scopo di poter continuare a stare fermi, in disparte, coltivando la medesima speranza.

“Che significa?” “Che ormai sei preso al laccio e che più ti dibatti più la corda ti strozza.” “Io non mi dibatto.” “Ascolta: lo scenario cambia di continuo, devi fartene una ragione. Però, se stai fermo, forse hai la possibilità di rientrare nel nuovo quadro, come è successo a me.”

Oppure,cercare di chiudere il cerchio là dove si era partiti: in una casa nel bosco, col primo mattone della società umana.

Con il suo ultimo romanzo, Genesi 3.0, Angelo Calvisi delinea una Babele (letteralmente: nel romanzo s’incontrano nomi di ogni origine, alcuni sembrano persino echitolkeniani) fumosa, psicotica, kafkiana, nella quale ci si sente spaesati e disarmati. La lingua è semplice, essenziale, anche i passaggi più salienti sono descritti in poche, scarne battute, spesso ironiche (molte similitudini attingono al mondo campestre) e, talvolta, più malinconiche e riflessive.

Mi domando dove sia finita la sua anima. Era nascosta nel cuore? Nello stomaco? Oppure, dentro di noi, l’anima è distribuita in modo omogeneo come il sangue? Se fosse così, facendo a pezzi il corpo di Fred hanno fatto a pezzi anche la sua anima. Forse adesso l’anima di Fred è una specie di vapore disperso tra le costellazioni. Mi sdraio per terra e osservo il cielo.

La voce che Calvisi attribuisce a Simon, il tono con cui racconta l’avvicendarsi di fatti strani e complessi, benché a tratti possa far perdere un po’ il filo (forse alcuni passaggi avrebbero potuto essere trattati più distesamente, anche senza corrompere la buona fluidità del romanzo), intensifica notevolmente l’impatto della vicenda. Un altro pregio della scrittura di Calvisi è il non detto, che risparmia al lettore spiegazioni che – anche se talvolta ci si trova a desiderarle, – avrebbero rischiato di distogliere l’attenzione dagli elementi cruciali della storia.Il nuovo romanzo di Calvisi s’inserisce così nel percorso che Neo. ha portato avanti fin qui ribadendone le intenzioni: offrire voci e sguardi sull’oggi sempre diversi, ma mai concilianti o consolatori. 

Alex Piovan

Lascia un commento