Esercitando la pazienza dell’attesa

L’ultimo verso nord, è stato un viaggio lungo e carico di incertezza. Mentre tutti fuggivano verso casa, a Sud, muoversi in direzione contraria ha assunto il sapore di un’impresa. A tratti surreale.

Nei giorni precedenti la risalita, il panico generale mi ha prima indotta a rinviare la partenza poi un profondo stato di angoscia. Il malessere fisico che si fa terrore di un possibile contagio: terrore non per sé ma per i propri cari. Mentre tutto intorno imperversa l’inquietudine, solo mia madre mantiene il consueto coraggio di donna temprata dalle difficoltà del tempo. Se ora è un altro luogo a chiamarmi, devo partire. Non è più il momento dei tentennamenti.

A notte fonda mi raggiunge la comunicazione del treno cancellato: il primo utile sarebbe partito due ore dopo. Da lunedì notte tutta l’Italia è diventata “zona protetta”. Sul Paese è scesa una cortina di cupo silenzio e non posso essere certa di riuscire a rientrare a casa. Casa: una parola che per me ha ormai un senso così ambiguo, difficile da definire. È l’essenza di questo mio presente sospeso, proteso verso un futuro che, dalla solitudine della quarantena, non riesco a intravedere. Non lo ricerco, assorbita dalla profonda umanità che sto riscoprendo in questi giorni di sospensione.

La strada verso Napoli è sgombera. La stazione centrale di piazza Garibaldi insolitamente ordinata. Lo scambio con un uomo in divisa per sapere se posso o meno mettermi in viaggio e poi la corsa verso la carrozza 11: l’area silenzio. Mia madre mi precede, trascinandosi una delle valigie. Dalla banchina della stazione, binario 17, mi segue attraverso i finestrini. Percepisce la mia commozione e mi dice di non piangere perché parto per fare cose belle. Importanti.

Malgrado la martellante comunicazione delle ore precedenti, prendo posto senza aver incontrato nessun ostacolo particolare. Mentre il sole di marzo mi scalda il viso, nel silenzio del vagone quasi vuoto, i pensieri prendono un ordine definitivo. L’Italia è una democrazia e in una democrazia la libertà individuale è un principio inviolabile. Imporre limitazioni tanto stringenti è una contraddizione che richiede la costruzione di un equilibrio delicato e la responsabilità dei singoli ha un peso fondamentale.

Torno a Bologna in un giorno di primavera piena: raggiungo il portone di casa e respiro leggera. Sento che l’ansia dei giorni precedenti è scomparsa e che sono lì, dove vorrei essere.

Il primo giorno in quarantena trascorre lavorando. Uscirò solo il pomeriggio successivo per la spesa. In strada, gli effetti della paura si fanno evidenti. È un continuo evitarsi. Volti bassi, corpi che si schivano. Persino gli sguardi si sfuggono. Ma su Bologna c’è il sole e in questo pomeriggio mite c’è anche chi non rinuncia a un momento di umanità. Ci si incontra, all’esterno, per parlarsi, per non alienarsi. Ma a debita distanza. E da quella distanza anche un sorriso, un saluto cordiale assumono un altro sapore.

Alzarsi dal letto, nella dimensione surreale della quarantena, è uno sforzo profondo. La prima parola su cui si posano gli occhi appena aperti è “epidemia”. Scorgere la luce al termine di questo profondo cono di tenebra è difficile. Eppure bisogna sbrigarsi. Tenere la mente viva, esercitando la pazienza dell’attesa. Fuori dalle nostre solitudini, ci sono tante donne e tanti uomini che hanno bisogno di noi. Del nostro coraggio, della nostra solidarietà, della nostra forza. Apro la finestra e lascio scorrere fuori la musica. Alzo il volume mentre la voce calda di Pino Daniele ci ricorda che basta aspettare la pioggia perché l’aria cambi.

Per la prima volta da quando sono qui, mi rendo conto che il balcone di fronte al mio è affollato da una fitta nuvola di fiori di un arancione sgargiante. Alzo la mano per salutare la donna che se ne sta prendendo cura. Mi risponde e mi rendo conto che la musica la commuove. Si chiama Isabella e da questo momento cercheremo di ritrovarci per farci compagnia, aspettando che l’aria cambi.

La giornata di quarantena finisce cantando ‘o surdat ‘nnamurat, da un balcone all’altro. I miei vicini di casa vengono da Caserta: parliamo la stessa rumorosa lingua che si diffonde, vivace, nella notte di Bologna. Un calore umano che ci viene da dentro e che arriva da lontano. Un calore condiviso per rassicurare quanti sono rifugiati dietro le finestre illuminate. È il nostro modo per dire che andrà tutto bene. Anche a casa.

Giulia D’Argenio

#bipolArt #nonsifermanleparole

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