Ed ora? E domani?

Padovana quale sono, vivo in una città dove già da diverse settimane si avverte e si sta avendo prova tangibile più che altrove dell’emergenza legata ad un nemico invisibile da combattere uniti: silenzioso, insidioso, letale. Ne ho spesso parlato come di una situazione surreale, per un male che c’è (eccome se c’è!) e che nel suo espandersi incontrollato semina crescente preoccupazione ed angoscia, sbattendoci in faccia il senso di impotenza e fragilità proprio di tutti noi.

Ho ceduto alla desolazione, lo ammetto, in preda a varie incognite, riassumibili in due interrogativi essenziali: “ed ora?”, “e domani?”. Questo riflettendo e rammaricandomi per gli effetti del virus sulla collettività e sul mondo, cosa che è valsa ancor più in riguardo ai singoli, con la mente portata alle migliaia di contagiati – in troppi già finiti nel novero delle vittime – nonché a coloro che stanno dando l’inimmaginabile per fronteggiare in prima linea ciò che effettivamente parole quali emergenza, malattia, contagio, morte rappresentano e causano.


In un’ottica più circoscritta, in queste giornate mi soffermo inoltre sulla mia stretta cerchia di affetti, augurandomi che mai niente li possa toccare. Faccio i conti con l’incertezza legata all’attuale presente ed al futuro, per le ripercussioni che ci saranno inevitabilmente anche per me a livello di libertà, benessere, lavoro, socialità. Considerazioni condivise, certo, che pertanto dovrebbero farci sentire un po’ tutti sulla stessa barca, un po’ meno soli. Spaventa ad ogni modo che non ci siano risposte sicure rispetto al termine per cui vi si potrà porre la parola fine. Vaghiamo e vagheremo ancora a lungo nell’incognita. “È tutto una X”: un’espressione questa che ho reso mia già da tempo e che qui trovo calzante.

Mi sento in pratica in balìa di uno spaesamento generale, oscillando tuttavia tra questo ed un imperativo di maggior fermezza, in primis verso me stessa, frutto dell’acquisita consapevolezza per la situazione
ormai nota (sebbene nota lo sia solo parzialmente, addirittura limitatamente oserei). Sono tra coloro, d’altronde, che possono dire di vivere l’isolamento che ne è conseguito in condizioni quasi di privilegio.
Eventuali malcontenti e lamentele non hanno motivo di sussistere da principio, e suonano piuttosto come piccolezze irrispettose nei confronti di chi da settimane sta affrontando e subendo l’emergenza nella sua concreta drammaticità.

Indubbiamente non è stato facile gestire i risvolti di tutto questo, quindi rivedere la mia quotidianità e le mie abitudini, adeguandole a quei richiami al dovere civico provenienti con forza da più voci della scienza e delle istituzioni. Non è facile per nessuno credo rinunciare così al piacere di tutti i contatti, gesti, incontri e legami, che tanto animano la nostra vita sociale, concorrendo alla costruzione e realizzazione dell’identità di ognuno (per inciso: sposo appieno la definizione dell’uomo come animale
sociale, convinta del fatto che viviamo per, con e grazie agli altri, traendo da ciò il senso del nostro io).

Sono giorni in cui penso a chi tra i miei cari sta trascorrendo in solitaria questa quarantena, il che, per alcuni, può sfociare in senso di solitudine. Banalmente, penso poi a quel biglietto aereo per la Francia che non ho comprato, domandomi quando potrò rivedere nuovamente mio fratello, lì o qui poco importa; dopotutto, infatti, mi basta sapere che stia bene. Di getto ho pure cancellato l’iscrizione ad alcune newsletter, di quelle insomma che promettono offerte per voli e soggiorni imperdibili, che non dovresti lasciarti scappare, ma che per ora puoi limitarti a raggiungere solo con la fantasia.

Tra le mura di casa intanto sperimento l’importanza della reciprocità, approfittando dell‘occasione per darmi ad un più frequente scambio di pensieri, racconti ed esperienze con la mia coinquilina. Grazie a lei del resto, motivi per godere di un po’ di spensieratezza ne ho in quantità, e – cosa non da poco – per nonsentirmi sola lungo giornate che avverto scorrere via accomunate da alcune sensazioni di fondo rimaste immutate.
In questo periodo di telelavoro sto bevendo poi molti caffè. Tutti però hanno un che di amaro, un sapore diverso da quello dei caffè da macchinetta presi prima solitamente con i colleghi: caffè calati entro
un contesto di stabilità e piacevole routine; caffè addolciti dalla compagnia e dalla bontà degli affetti coltivati in ufficio.


Fuori casa, infine, vanto un insieme di affetti (e lo ribadisco felicemente), sparsi in più città ed anche paesi, e sui quali so di poter contare. Sulla tristezza dovuta alla distanza forzata ed all’incapacità nel prevedere il “quando?” per un prossimo ritrovo prevale però la potenza di certe parole o certi sguardi e sorrisi, che arrivano provvidenziali intervenendo su un dato stato d’animo del momento, con il risultato di un apporto di conforto e sollievo sempre gradito.
Ecco, torneremo a vivere i nostri affetti in pienezza, non più costretti a rinunciare a qualcosa gli uni verso gli altri, senza più quindi doverci porre i freni che sappiamo a livello di gesti e comportamenti.
Torneremo a bussare l’uno alla porta dell’altro. Torneremo a guardarci negli occhi ed a conversare direttamente ed amabilmente, evitando di affidarci alla mediazione dei nostri smartphone o pc.

Torneremo a sederci a tavola insieme. Torneremo a passeggiare in compagnia, o anche solo a giacere su un prato o in riva al mare o di fronte alle vette di una montagna. Torneremo a toccarci, che sia per una stretta di mano, una pacca sulla spalla, un abbraccio, un bacio. Torneremo insomma padroni della nostra socialità e della possibilità di vivere ogni rapporto che merita secondo quella che per noi ne costituisce l’essenza, secondo la forma e le modalità che sentiamo come più in linea con noi e come totalizzanti.

Io stessa, in particolare, tornerò a bere caffè con chi so e vorrò ed a cogliervi nuovamente quel sapore dolce che piace a me. Tornerò anche a passeggiare con mio fratello sul lungo Senna. Prenoterò quel treno in direzione di amiche oggi lontane, che con l’arrivo della bella stagione contavo avrei rivisto per forza, nonché con gioia. Trasformerò l’idea di un viaggio in un viaggio di fatto.
Ho usato verbi al futuro capaci per me di disegnare scenari di speranza, d ando un contorno nitido ad un’insieme di aspettative e desideri, individuali sì, ma in parte mi auspico anche condivisi. Presto (ma non prestissimo) queste aspettative e questi desideri troveranno realizzazione, e sarò riportata a quel bello che ho descritto in poche immagini e che è racchiuso nelle potenzialità di una vita di fortune e libertà che
riconosco, non dimentico e ringrazio di avere.
Ad un certo punto, più che dire di aver guardato avanti, penso che diremo di aver guardato oltre quanto è stato ed è oggi: ciò che abbiamo vissuto, stiamo vivendo e vivremo ancora avrà i suoi strascichi, e
contribuirà alla rimessa in discussione di priorità, valori, beni, bisogni. Questo significherà anche constatare la portata effettiva di quelli già intesi come tali, che avremo la premura di proteggere ed apprezzare meglio e di più.

Nel mentre, stiamo a casa, ascoltando chi ci esorta, ci ammonisce e ci prega di farlo. Stiamo a casa, aiutando ed aiutandoci.

Clara Agostini

#bipolArt #nonsifermanleparole

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