‘Una nebbia diversa’, Milano da riempire (con l’arte)

«Il progetto di Camilla Spadaro e Giulia Dal Bon unisce l’arte del disegno e della fotografia all’amore per la città lombarda, tra le più colpite dal Coronavirus»

Una nebbia diversa è un meraviglioso omaggio alla Milano colpita e ferita a causa del virus e vuota, senza la sua gente nel suo tipico e frenetico via vai. La città instancabile ha perso le sue comparse in movimento, quelle vicinanze che non si notano nemmeno nei suoi luoghi così affollati.

Quanti sconosciuti si sfiorano e si incrociano ogni giorno in una metropoli? Milano privata anche degli incontri voluti e attesi, della socialità abituale, dei baci degli amanti nei suoi parchi e sulle sue panchine, delle normali, indispensabili e piccole cose.

Così vuota mai vista. Milano, una delle città simbolo del fermo forzato a cui ci ha costretti la pandemia e dello squarcio di dolore che ha causato. È quasi un ossimoro immaginare il capoluogo lombardo in stand-by e i suoi spazi deserti. Camilla Spadaro e Giulia Dal Bon, due studentesse di arte dell’Accademia di Brera, hanno intuito subito la portata storica del vuoto della città in cui studiano, e hanno voluto ripopolare i suoi luoghi simbolo, con tratti di disegno bianchi sovrapposti al bianco e nero di alcune fotografie: Piazza Gae Aulenti, Il Duomo, Brera, Paolo Sarpi.

Una nebbia diversa è un progetto che unisce l’arte della fotografia e del disegno all’amore per una città che proprio oggi, provata, cerca di ripartire con prudenza e con la sua solita intraprendenza.

BipolArt ha intervistato le due artiste.

Come nasce il progetto Una nebbia diversa?    

Il progetto è nato a fine febbraio, dopo una serata trascorsa insieme all’Ostello Bello a Milano. Solitamente è un posto molto affollato, ma quella sera era praticamente vuoto. In quel momento abbiamo iniziato ad avvertire i primi segni del cambiamento: il servizio non veniva più effettuato al bancone, ma solamente ai tavoli, in tutto il locale erano appesi dei cartelloni con delle illustrazioni che indicavano come lavare le mani e sopra al bancone del bar era posizionato un flacone enorme di Amuchina. Tuttavia, nessuna norma igienica e sanitaria era ancora in atto, lo Staff non portava la mascherina e non era imposto l’obbligo di mantenere nessun tipo di distanza. 

Era il periodo dell’assalto ai supermercati, dei meme sul coronavirus e l’opinione pubblica era ancora divisa tra allarmisti e scettici. Capendo di trovarci in un momento storico unico, quella sera abbiamo iniziato a parlare di un ipotetico progetto di documentazione.   

Camilla: Quella sera mi aveva talmente colpito la situazione che avevo vissuto che una volta tornata a casa continuavo a ripensare a come avremmo potuto documentarla. Percepivo che le cose fossero diverse dal solito, ma temevo che in un possibile reportage fotografico, non venisse colta la differenza con la solita vita Milanese, poiché i luoghi erano più vuoti del solito, ma c’erano ancora molte persone in giro per le strade.      
Quella stessa notte ho sognato di realizzare delle fotografie di luoghi abbandonati in cui la presenza umana fosse sostituita da dei disegni. Ho proposto subito il progetto a Giulia che ha accettato con molto entusiasmo. Il disegno ci è subito sembrato la modalità perfetta per tradurre le nostre impressioni sulla situazione che stavamo vivendo: i luoghi di Milano non erano semplicemente vuoti, ma erano segnati da -un’assenza- ed era proprio ciò che volevamo rendere visibile nelle nostre fotografie.

Milano, la città della frenesia, ora è ferma. Voi l’avete riempita con la vostra arte. Come avete vissuto questo repentino cambiamento? 

Giulia: All’inizio sono rimasta molto sorpresa dalla situazione. Milano così non si era mai vista. Ho provato molto stupore e tristezza, e sentivo fortemente il bisogno di rivedere la vita in questi luoghi vuoti. Infatti, disegnare sulle fotografie è stato per me un vero e proprio bisogno, quasi come se sentissi la necessità di rivedere la vita in quei luoghi vuoti, partendo dalle cose più semplici che caratterizzavano la nostra quotidianità. Realizzare questi lavori mi ha aiutato a tirarmi su di morale, mi ha portato molta felicità, animando le mie giornate di isolamento, allo stesso tempo però ho provato nostalgia per tutte quelle cose di cui sento la mancanza, come per esempio rappresentare i due ragazzi che si baciano sulla panchina mi ha rimandato alla distanza che mi divide dal mio ragazzo durante questo periodo, per la quale purtroppo soffro molto.

Camilla: Questo cambio improvviso di abitudini inizialmente è stato molto strano, mi ricordo che dopo 4 giorni di isolamento mi sentivo rinchiusa in casa da settimane, mentre ora sono quasi volati due mesi. La cosa più difficile, forse è stato l’impatto che sta avendo la tecnologia sulla mia vita personale.  È come se tutto che ciò vivevo di persona nella mia città fosse stato tradotto in chiave virtuale: Amicizie, Relazioni, Lavoro, Lezioni universitarie. Ero abituata a poter gestire i miei impegni in modo separato, ma ora è come se fossi costantemente iper-connessa, quindi è difficile poter svolgere una di queste attività senza rimanere coinvolta in tutte le altre. Credo che questo utilizzo moltiplicato della tecnologia sia un cambiamento sconvolgente all’interno delle nostre abitudini, o almeno per me. Sicuramente la tecnologia è un mezzo potentissimo che ci permette di continuare le nostre vite (o almeno in parte), ma abbiamo ancora bisogno di “cose reali”.

Come vivete ora l’isolamento?

Camilla: Inizialmente ho vissuto molto bene l’isolamento, ora, dopo due mesi inizio ad accusare un po’ i colpi della reclusione. In ogni caso, questo periodo è stato molto utile per trovare il tempo di fare tutto ciò che rimandavo a livello artistico e personale, mi sono presa cura di me stessa e grazie ai ritmi più lenti ho iniziato a sentire un senso di pace e tranquillità, molto distante dalla sensazione di “frenesia” della vita a Milano. Mi piace il fatto di aver creato dei “rituali” che mi permettano di vivere al meglio questa situazione e poter apprezzare tante piccole cose che prima davo per scontate.

Giulia: La sto vivendo bene, passo la maggior parte del mio tempo sulla mia scrivania a progettare e creare disegni, e posso spenderci tutto il tempo necessario senza distrazioni della solita vita frenetica di tutti i giorni.

Riesco a vivermi la mia famiglia e questo mi riempie di gioia! Non pensavo che tornare alla vita di quando ero bambina, ovvero quando rimanevo a casa con loro tutti i giorni potesse rendermi così felice! Quindi, sì, posso dire che per quanto io senta molto la mancanza dei miei amici e del mio ragazzo, la quarantena ha i suoi lati positivi!

Come avete scelto i luoghi da “riempire”?

Ci siamo recate a Milano e abbiamo stilato un elenco dei posti più caratteristici della città, poi abbiamo aperto Google Maps e abbiamo tracciato una sorta di percorso che potevamo raggiungere a piedi, in modo da non prendere i mezzi, sia per un fattore di rischio sia perché si è rivelato essere il modo migliore per cogliere come mutava la situazione da una zona all’altra. Camminare ti permette di notare molti dettagli.

La scelta delle foto:  Una volta fatte le foto, Camilla le ha modificate in bianco e nero e le abbiamo selezionate sulla base di diversi fattori, abbiamo scelto una foto per ogni luogo significativo della città, ma anche attribuendo a questo luogo una particolare tematica, ad esempio: Piazza Gae Aulenti rappresenta il gioco con i bambini che si divertono nelle fontanelle, Il Duomo- Il turismo, Paolo Sarpi-le attività commerciali, Brera- la Cultura, ecc.  

Ci siamo rese conto della situazione solo una volta vista, perché non c’erano molte notizie su come Milano fosse davvero: si parlava solo di supermercati assaltati, le persone erano ancora senza mascherina, e la maggior parte dei bar erano aperti, ma con meno clienti. Non era più permesso il servizio al banco e i bar chiudevano alle 18. Scuole ed università erano chiuse e i mezzi di trasporto non erano affollati come al solito.  I ristoranti durante la giornata erano aperti, ma erano praticamente vuoti. Infatti, i camerieri vedendoci passare nelle vie ci chiedevano insistentemente di sederci a pranzare perché non avevano clienti.   

Il razzismo: Una delle cose che ci ha colpito di più è stata la situazione in Paolo Sarpi, China Town.
A fine febbraio c’era molto razzismo verso i cinesi, e al contrario delle altre zone, in Paolo Sarpi tutti i negozi, ristoranti, attività commerciali erano chiusi e con le saracinesche abbassate, tranne poche eccezioni. 
I pochi ristoranti cinesi aperti erano vuoti, al contrario del McDonald a fianco che era pieno di persone. Quel quartiere era l’unico in cui si girava con la mascherina e avvertivamo la paura e il disagio dei cinesi anche quando guardavamo all’interno dei negozi o chiedevamo loro di poter scattare delle foto.

Qual è il luogo di Milano che vi manca di più?

Ad entrambe ciò che manca di più di Milano sono le serate passate con gli amici nei bar e la possibilità di partecipare ad eventi, specialmente quelli legati al mondo dell’arte. Ci mancano molto le visite alle mostre e la vita che viviamo tutti i giorni in Accademia.  

Che ruolo ha l’arte in situazioni delicate come questa? 

In questi momenti l’arte può essere un modo per poter esprimere un proprio disagio riguardo a questa situazione. Quello che stiamo vivendo dovrebbe aiutarci a riflettere sia sulle problematiche che ci sono oggi nel mondo, sia sui vari aspetti della propria vita personale. In una situazione così delicata come questa, l’arte ci può davvero aiutare a comunicare in maniera diversa ciò che vogliamo esprimere, in un linguaggio che va oltre quello verbale e che se espresso nel modo più giusto può essere di grande impatto.

Lo stop forzato continua ad ispirarvi? A cosa state lavorando?

Si, l’ispirazione non manca. Abbiamo molto tempo da poter dedicare ai nostri lavori, che continuiamo a portare avanti quotidianamente. Restare in casa ci da la possibilità di concentrarci maggiormente su noi stesse e fa nascere in noi riflessioni più introspettive, che per entrambe, sentiamo il bisogno di comunicare col disegno.

La nostra Accademia ha comunque organizzato delle lezioni online che ci tengono impegnate nella realizzazione di nuovi progetti per gli esami.

Come immaginate il futuro libero dal virus e cosa augurate al mondo dell’arte che verrà?

Speriamo che una volta tornati alla normalità, questo periodo sia stato di aiuto per poter riflettere e che abbia spinto gli artisti a creare qualcosa di nuovo. Ci auguriamo che l’arte rifiorisca, ci piacerebbe poter vedere nuove iniziative culturali e che la città si riattivi.

Purtroppo, l’arte degli artisti emergenti non viene valorizzata molto, e sarebbe bello se ci fossero più possibilità per noi giovani per poter farci strada da questo punto di vista.

Descrivetevi in poche righe...

Giulia: Studio grafica e stampa d’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera e in tutti questi anni ho sperimentato molte tecniche di disegno che per me sono la base di ogni progetto che realizzo. L’Accademia mi sta dando l’opportunità di mettermi molto in gioco da questo punto di vista, ho la possibilità di conoscere realtà nel mondo dell’arte che prima non conoscevo, e posso esprimermi con differenti linguaggi, a volte molto diversi tra loro.

Camilla: Frequento l’indirizzo di Nuove Tecnologie dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera, la multidisciplinarità di questo corso mi ha permesso di portare avanti l’interesse per diversi linguaggi artistici, dandomi la possibilità di sperimentare con tecniche digitali, come la fotografia o il video making, senza abbandonare l’ambito del disegno, che per me è molto importante.     

Elisa Toma

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