Un giorno verrà, di Giulia Caminito

Le illusioni, la fede, l’anarchia.

Due mancanze, nei licei come nelle università, sono contemporanei e autrici. (Autrici contemporanee, figurarsi.) Dici: Ortese, Romano, Ginzburg, Morante, Banti. Poi dici: Calvino, Pirandello, Svevo, Moravia, Fenoglio. Ottieni due reazioni opposte. L’immagine che ne esce è statica, tutta al maschile e collocata per lo più nella prima metà del Novecento. Si perde, così, oltre a una gran quantità di voci (diverse, potenti), la possibilità di tentare vie alternative, magari più efficaci, per far breccia nell’interesse dei futuri, potenziali lettori. Il rischio è che il canone sclerotizzi, che “di contemporaneo non c’è niente di interessante” e “io le donne non le leggo”. O, e forse è ancora peggio, che la letteratura “femminile” continui ad essere vista come una letteratura a parte, parallela, che se t’interessa te la recuperi da solo, e non come letteratura e basta.

Credo invece che la letteratura italiana contemporanea abbia molto di interessante da offrire. Un titolo che ne è la prova: “Un giorno verrà”, di Giulia Caminito (edito da Bompiani), che alla miglior tradizione novecentesca non ha nulla da invidiare. Come si legge in copertina, è un romanzo che parla di fede, speranza e anarchia. Ma anche di sacrificio, amore, fratellanza. Dentro ci sono l’Italia d’inizio Novecento, la Settimana Rossa del 1914, la Grande Guerra, l’epidemia di Spagnola. Ma anche due fratelli (opposti, inseparabili) e la loro famiglia (con i suoi rancori, i suoi rimpianti, le sue bugie); le tensioni e i sacrifici imposti dall’ideologia e quelli imposti dalla fede. La storia inizia alla fine dell’Ottocento e si protrae fino al primo dopoguerra. I protagonisti sono Nicola e Lupo – fragile e intelligente il primo, impulsivo e idealista il secondo, – e suor Clara, la Moretta, che vive nel Monastero della città. Il luogo è Serra de’ Conti. La narrazione segue la crescita dei protagonisti, i loro conflitti (interiori e non), il loro modo di attraversare la Storia, di crescere e sopravvivere, di capirsi e capire. Ecco, libri così – che non hanno paura di misurarsi con la tradizione, di sviscerare temi controversi e complessi, di generare attriti (anche violenti) – servono: scardinano le staticità di cui sopra.

 

 

[Da qui in poi sono presenti spoiler]

La struttura. L’intelaiatura del romanzo si basa su una serie di salti temporali, sul mescolarsi di prima e dopo, su porzioni della storia che vengono accennate ora, riprese poi. Anche se l’inizio della vicenda si può collocare alla fine dell’Ottocento e la fine al primo dopoguerra, a un dipanarsi della vicenda scandito dalla linearità del tempo, Caminito preferisce l’affusolarsi di passato e presente attorno ai singoli eventi. Tratteggia così un quadro fatto di singoli schizzi, pennellate in apparenza distanti, che sfumeranno le une nelle altre con l’incedere della narrazione. Si potrebbe affermare l’opposto, ma credo che una scelta di questo tipo contribuisca al realismo del libro. Lo sguardo dei personaggi su ciò che accade, inevitabilmente viziato – come quello di chiunque – dai lasciti del passato e dalle proiezioni nel futuro, risulta così più credibile e nitido; più efficace, forse, di quanto sarebbe stato se sostenuto da un andamento sequenziale. Il racconto è dunque determinato dall’interiorità dei singoli protagonisti: la scoperta dell’inaspettato, la conferma di vecchie paure, gli scenari della nostalgia e le pulsioni della vendetta. Questo, oltre a favorire l’immedesimazione del lettore, consente un’ulteriore trovata stilistica, a mio parere riuscita: diversi momenti del romanzo presentano diverse strutture – ora esclusivamente dialogiche, ora aperte, ora circolari, ora sospese.  Pur sorretto da un’intelaiatura forte e ben organizzata e da un tono che non perde d’intensità, il romanzo ospita interessanti cambi di prospettiva e di strategia narrativa (penso alla diversità con cui si raccontano alcuni dialoghi tra Lupo e Nicola, l’incontro tra Borghi e Mussolini, le pagine dedicate a Sante, l’incontro tra Lupo e Cane, ma gli esempi sarebbero molti).

I personaggi. Pur essendo davvero tanti, e raccontati in poche pagine, nessun personaggio è costruito superficialmente. Chiunque compaia tra le pagine, lo si scopre pulsare d’umanità (con tutte le imperfezioni, le meschinità e i difetti che questo comporta). Per come la vedo io, la scrittura è un tentativo di spostarsi dietro le cose – dietro la loro immagine, dietro l’idea che ne abbiamo. Caminito riesce in questo spostamento, e porta con sé il lettore. Nessuno (non solo Lupo, Nicola e Nella, ma anche Clara, don Agostino, Luigi, Giuseppe, eccetera) è costruito a partire da un preconcetto, stereotipato in un’immagine o in un’idea monolitica. Ogni identità è complessa, contraddittoria, frastagliata; di ciascuno sono indagate le ragioni, il passato, il corpo, il cuore. Lo sono quelli di Luigi, di cui emergono, al netto dei suoi errori, i tentativi di fare qualcosa di buono per la famiglia, i sacrifici, il peso dei compromessi. Di Clara, che, se può arrivare fredda e rigida, è perché di tale rigidità ha avuto bisogno per schermirsi da quanto subito, prima, dalla marginalizzazione in cui si è trovata incastrata, poi. Un personaggio minore, al quale sono dedicate alcune delle pagine che ho amato di più, è Sante. In poche righe viene squarciato, si concede al lettore di ficcargli la testa dentro per guardargli le viscere. Lui “ha sparato al figlio di”, e il senso di colpa per quel suo gesto involontario lo costringe a ripensare continuamente all’accaduto, a immaginarsi offrire una mela al ragazzo, anziché sparargli.

 

Le mele erano acerbe, suo fratello era morto per una mela verde e immangiabile, lui che conosceva tutti i nomi dei funghi nei boschi, il corso dei torrenti e le strade per la montagna, lui che sapeva le leggende della Marca.”

 

Ho trovato innervata di dolore l’immobilità che da quel rimorso scaturisce, che lo costringe a non muoversi, a ignorare anche i colpi di accetta che provengono da fuori: “se fosse stato un altro Sante quello steso sul letto, il Sante di prima, che non aveva sparato al figlio di, al tramonto di un sole accecante che lo aveva tradito, forse si sarebbe alzato per andare a vedere, avrebbe armato il fucile e provato sparare.” Lo si vede, Sante, la sua ombra, che si staglia sul tramonto, in braccio il fucile; si sente lo scoppio dello sparo. Si vede lui e non Antonio, non l’altra ombra, quella di ragazzo o animale, quella che non aveva saputo riconoscere. Ugualmente, non si vedono le botte date a Lupo, quando, una volta finito di colpire per vendetta i tronchi degli alberi, grida, e a quel punto Sante non può fare finta di niente, vince l’immobilismo, e “salta in piedi”. Ma ciò che arriva sono solo i lividi di quando Lupo torna da Ninì. Devi immaginartelo, l’attimo delle percosse. E se lo immagini, quello che “ha sparato al figlio di”, lo trovi impigliato nel proprio ruolo, difensore di quella terra che per lui è fonte di vita, ammantato da una tristezza sconfinata, incapace di sottrarsi a quel gesto pur consapevole che è solo ulteriore rimorso versato sulla propria coscienza. Giulia Caminito impregna ciascuno dei suoi personaggi di simili contraddizioni, tensioni, viltà, fallimenti; ed è in questi che ci si specchia di più, a ben guardare.

Crescita. Non c’è personaggio o relazione che si areni nella staticità. Tutto è attrito, mescolanza, attraversamento dell’altro da sé. La storia dei personaggi è imperniata su quella dei loro rapporti – tesi, conflittuali, ora sinceri, ora farseschi. La storia più propriamente d’amore, secondo me, è quella tra Lupo e Cane. Mi ha ricordato il McCarthy di “Oltre il confine”. Dall’incontro al Misa all’addio nel fosso spicca il reciproco sostegno, basato unicamente sull’istinto, sull’impulso, e non su quei doveri o codici umani che, Lupo lo sa, spesso ingannano. La loro storia è speculare a quella di Lupo e Nicola. Non a caso, il dubbio che attanaglia Lupo quando trova Cane nel fosso è il riflesso di quello che prova nei confronti di Ninì, che accompagna il suo intero percorso.

 

Si era detto che se lui non fosse andato sempre di più in città, agli scioperi, ai comizi, alle domeniche, Cane avrebbe continuato a stargli sempre accanto e non sarebbe finito in quel fosso, abituato a dormirgli sotto al letto, acquattato vicino alla vasca da bagno, incaponito nel mangiare dalle sue dita, ma lui lo aveva abbandonato, lasciato solo.”

 

Non è un caso che Nicola e Cane siano legati proprio dall’assenza di Lupo, uniti dall’attesa del suo ritorno. Il suo lupo e quel fratello per il quale è quasi un padre, per il quale ha speso i propri guadagni, così da garantirgli un’istruzione che fosse rivalsa e riscatto di entrambi. L’immagine di Nicola e Cane in attesa è l’immagine del dramma di Lupo: la sua assenza barattata col suo impegno. È lo stesso conflitto interiore che emerge in seguito, quando si trova a dover decidere tra la Marca e l’America. Ogni scelta implica uno scarto, ogni via presa è una via non percorsa. E se le alternative sono la propria casa o l’estensione dell’impegno, i propri affetti o l’ideologia, allora in ogni scelta c’è una componente di coraggio e una di egoismo. Non è qualcosa con cui dobbiamo fare i conti tutti? Non c’è sempre un po’ di egoismo, in quello che facciamo, in quello in cui crediamo? Non conduciamo certe battaglie anche per paura o incapacità di scegliere l’alternativa? Viceversa, non rifiutiamo di farlo per mancanza di coraggio? L’equilibrio che si va cercando è simile a un punto di contatto fra le due cose, il livello al quale collimano le scelte possibili (come andare in America, ma portare Nicola con sé). Ma è un’illusione o, come dice suor Clara, solo una diversa forma di fede: qualcosa che “vale per noi, ma perché dovrebbe valere per gli altri?”

Il rapporto tra Nicola e Lupo si costruisce asimmetricamente, e poi viene ribaltato: Lupo, che prima dava e sorreggeva, si trova a chiedere e ad essere sorretto. È un affetto che, come gli affetti più sinceri, si costruisce sul non detto, o sul detto a metà (a tal proposito, è emblematica la scena dello sparo alla gamba per evitare la guerra). Nicola fin da bambino sa di non essere come Lupo, ne invidia la “normalità”, il vigore; Lupo, che non ha le capacità di Nicola, ne invidia la conoscenza e cerca di avvalersene, di farla propria. I piccoli rancori generano crepe e l’impalcatura crolla. Nicola legge la convinzione di Lupo della sua morte come la traduzione dell’iniquità del loro rapporto, di una dipendenza unilaterale. Si sente umiliato e, contrappeso a questo dolore, non può che arrivare un gesto che rovesci quest’asimmetria: Lupo si stende nel letto con lui; Lupo, che prima lo respingeva, ché aveva caldo e non ci stava, ora gli concede la realizzazione di quel desiderio passato – ora forse più suo, che di Ninì. E il rivelarsi delle loro vere origini non farà altro che avviare una delle più profonde riflessioni del libro: quella sui legami di sangue, su cosa sia davvero una famiglia, su quanto sia il percorso fatto insieme a legarci, e non la biologia. (Rapportabile all’oggi, no?)

Il personaggio di Nella, forse in apparenza un po’ marginale, è in realtà affascinante. La scena dell’abuso subito, straziante. Quei No presi come Sì, violentissimi. Il suo essere una vittima silenziosa, non solo della violenza del prete, ma delle sue ingiurie, del bigottismo di una famiglia e di un paese e di un’epoca. (Quanti no presi come sì accettiamo, noi, oggi? Quante vittime costringiamo al silenzio, quante ne spingiamo ai margini?). Abbandonata dalla famiglia e costretta ad allontanarsi dall’unico figlio, Nella impersona il silenzio degli ultimi, l’abnegazione coatta degli emarginati. Ma la violenza e il senso di colpa, per quanto dissimulati e sopiti, pesano, anche nell’assenza, come un macigno e, quando don Agostino si uccide, impiccandosi, non si può che ripensare alle fasce che lei stessa conservava sotto il materasso, quasi che alla fine siano servite, quasi che sia proprio una di quelle, che il prete ha usato per togliersi la vita. Il dolore e il sacrificio di Nella sono assimilabili, benché diversi, a quelli di Clara – altrettanto involontari, altrettanto distanti dall’essere frutto di una vocazione. E forse non è casuale che suor Clara trovi, in qualcosa di laico come la musica (e non nelle preghiere, nella devozione, nel rispetto delle norme monasteriali), il proprio spazio di libertà e il proprio mezzo di auto-affermazione. Non potendo fuggire dalla propria prigione, suor Clara impara – se non ad abitarci – a conviverci. Anziché sovvertire il proprio ruolo, allontanarsi dallo spazio cui è confinata, tenta di fare quanto possibile da lì, di renderlo essenziale, di incidere realmente sul corso delle cose. Più che un fallimento, un’illusione – opposta e uguale a quella di Lupo.

L’autrice

Le corrispondenze. Un’accortezza tecnica che ho trovato davvero riuscita, e che non sempre s’incontra, è l’attenzione alla corrispondenza, pure sulle lunghe distanze, tra piccoli dettagli, l’attenzione a richiamare – o almeno non tradire – caratteristiche secondarie, elementi di sfondo indispensabili alla vividezza e alla tridimensionalità di personaggi e ambiente. Scomodando un gigante, di virtuosismi del genere trabocca Nabokov. Un esempio: se prima ci dice “il mio pigiama bianco ha un disegno lilla sul dorso” più avanti non se ne dimentica e lo va a ripescare: “ancora nel mio pigiama con il disegno blu fiordaliso (non quello lilla) sulla schiena.” Genio. Del resto, è così che pensiamo: per parallelismi e confronti; ed è così che le immagini di persone e luoghi si depositano nella nostra mente: per dettagli minimi, riconducibili a questo o quel ricordo. Questo accade anche in “Un giorno verrà”: il nome di un cane, lo scorcio su un luogo, un gregge di pecore in chiesa, un sassolino nero. Credo che questa precisione sia una grande spia del talento dell’autrice.

La Storia. Per essere un romanzo di sole 240 pagine, attraversa molti avvenimenti importanti: la Settimana Rossa, la Grande Guerra, l’epidemia di Spagnola, i prodromi del fascismo, le prime migrazioni in America. Tuttavia, niente è trattato con superficialità: tutto arriva chiaro e crudo come arrivò alle persone del tempo. Persino la Storia sfiorata, quella solo accennata, non risulta una mancanza o un’imperfezione: è la voce dell’incertezza e dell’incapacità di comprendere qualcosa fino in fondo quando ancora la si sta vivendo. E credo sia importante raccontare quest’incertezza, questa inconsapevolezza – non più, né meno di fare un’accurata analisi dei fatti, in quanto la possibilità dell’incertezza, l’umanità dell’inconsapevolezza sono a loro volta un fatto. Caminito non cerca di spiegare l’accaduto, ma di far sentire quel che si è sentito – e il sentire può essere a volte errato, parziale.

La lingua. La prosa è scorrevole, leggera. La lingua, per quanto semplice, non manca di alcune peculiarità tutt’altro che banali. Non solo persone e ambienti sono spesso resi attraverso metafore e similitudini che maneggiano la materia della natura (la carne si fa mollica, il tocco odiato di mani estranee vespe e calabroni), ma si notano spesso trovate peculiari: singole espressioni; strutture di dialoghi; ma anche la caduta dell’articolo in varie similitudini (“come sparo”; “come pendolo”), che favorisce l’immediatezza dell’immagine pur conferendole un tono più letterario, connettendo il particolare descritto alle proprietà universali di ciò che richiama (non uno sparo, ma tutti gli spari); l’assenza della virgola in subordinate che la prevederebbero, assenza spesa con contezza e che occorre proprio laddove la vicenda richiede una maggior tensione sintattica. A mio avviso, dunque, trovo che il romanzo non sia riuscito solo per la storia, ma anche per la lingua. Una lingua che non cede a tendenze semplicistiche e azzarda slittamenti di sguardo e di struttura.

Se dovessi dire di che parla il romanzo in breve, direi che parla di illusioni. Dei punti di contatto delle illusioni più distanti fra loro o delle illusioni come punto di contatto degli uomini più distanti fra loro. Delle illusioni come tentativo di dimenticarci che, alla fine, rimarrà soltanto la terra. Della speranza che non siano solo illusioni.

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