Tutto male finché dura: conta la caduta

«Una non-recensione dei libri di Paolo Zardi “XXI Secolo” e “Tutto male finché dura”: se non possiamo salvarci dall’atterraggio, godiamoci il crollo»

Questa recensione, non è una recensione. Non amo il piglio critico che quella parola attribuirebbe a questo testo, che tutto vuol essere, meno che un testo critico. Credo che, più che altro, si tratti di una riflessione. Mi è sempre piaciuto leggere di libri raccontati da punti di vista diversi, filtrati da esperienze particolari o accompagnati da aneddoti personali. Credo che possa dar loro un valore aggiunto, o stimolare più a fondo il desiderio di leggerli. Dunque, questa non è una recensione: è il modo in cui ho vissuto un viaggio attraverso due – bellissimi – romanzi.

Lessi XXI Secolo di Paolo Zardi qualche mese dopo la pubblicazione, era il 2015. Fu Davide, il libraio – perché di libraio si tratta, non di commesso – della libreria Ubik di Bolzano, a intimarmi con tono perentorio di leggerlo. “È una specie McCarthy italiano”, mi disse, spendendo parole di elogio anche per la Casa editrice Neo., interessante realtà editoriale nel panorama letterario italiano. In effetti, qualcosa di McCarthy (specie de La Strada) lo incontrai, nelle pagine del libro. A differenza dell’americano, tuttavia, Zardi non racconta di un mondo totalmente disintegrato: capitolo dopo capitolo, il mondo di XXI Secolo risulta più simile al nostro, che non a quello de La Strada. Enormi palazzi grigi, gente alienata, e soprattutto troppa, troppa informazione che annichilisce, satura, tracima la comprensione; informazione inutile, pura fuffa, capace di dare un senso di sazietà stordente, più che di informare. A colpirmi particolarmente fu l’attacco del quarto capitolo:

L’odio di classe aveva lasciato il posto all’odio razziale che andava lasciando spazio a una forma inedita di risentimento primitivo, inclassificabile, destrutturato, totalizzante. La gente odiava la gente tutto il giorno, tutti i giorni. Tempi di ira, di tremendo rancore. (pag. 30)

Non voglio dilungarmi sulla trama, che potete reperire, insieme ad altre informazioni, qui.

La vera forza del libro, almeno dal mio punto di vista, risiede nella capacità di sovrapporre il macroscopico e il microscopico, e mostrarli entrambi attraverso il filtro – spesso deformante – dell’altro. La povertà e la crisi che seviziano il nostro secolo, speculari al dramma interiore che si trova a fronteggiare il protagonista, non riescono a polverizzare del tutto il l’universo individuale, costituito da dettagli irrilevanti per il mondo, ma fondamentali per chi li vive. Parimenti, l’universo individuale non basta a salvarci dall’appartenenza ad un sistema più grande e complesso, che, nostro malgrado, finirà sempre col risucchiarci.

Ammirato da quanto avevo appena letto, scrissi un messaggio a Paolo. Inaspettatamente, mi rispose subito. Avevo diciotto anni ed era la prima volta che mi trovavo a “dialogare” con un autore. Fu molto cordiale e disponibile e, da quel momento in poi, non ha mai smesso di esserlo. Lesse persino qualcosa di mio, e rilanciò con preziosi consigli, che porto sempre con me. Non si parlò solo di libri: gli confidai i miei dubbi sull’università che di lì a breve avrei dovuto scegliere e lui mi disse qualcosa riguardo all’ingegneria, al cinema, ai Minions e ai suoi figli. Mi invitò al Salone del Libro di Torino, dove ci saremmo potuti conoscere di persona, ma, per cause di forza maggiore, dovetti declinare l’invito.

Il 3 maggio di quest’anno – quindi tre anni dopo – è uscito Tutto male finché dura (Feltrinelli). Rispetto a La passione secondo Matteo (Neo., 2017), secondo romanzo dell’autore, l’occhio di Zardi mi è parso focalizzarsi nuovamente su una contemporaneità contemplata ad ampio raggio, scandagliandola per intero, come era stato in XXI Secolo. Ritorna una Milano grigia, caotica, alienante. Le metropolitane sono arterie cancerose, i cieli sono lacerati da grattacieli mai finiti, le strade abitate da individui gretti e meschini. La vita del protagonista (il cui nome viene, secondo me non a caso, nominato di rado) si divide tra relazioni superficiali, sesso occasionale e promiscuo procacciato mediante app, Twitter, Eva Lovia, scommesse fallite, denti (sgretolati, più che estratti) e una serie inarrestabile di menzogne. Protagonisti del tutto positivi – almeno fra gli adulti – non ce ne sono. Ognuno ha le sue colpe, è oggetto di rancori più o meno giustificati, è causa di conseguenze più o meno gravi. E più si sfogliano le pagine del libro, più ci si sente parte di questa porzione di umanità.

 

Nessuno di noi è esente dall’essere ingranaggio di questo “sistema”, se così vogliamo chiamarlo. Inoltre, nessuno di noi ne è completamente l’artefice. Saltelliamo pedissequamente tra la posizione di vittime e quella di carnefici, senza deciderci né in un senso, né nell’altro. Senza poter decidere, del resto. Anche in questo libro, come in XXI Secolo, la complessità delle coincidenze (che mi ha ricordato, in senso positivo, Mr. Nobody), la brutalità del mondo, l’ineluttabilità del destino non prevalgono – o almeno non del tutto – sul microcosmo del singolo. Uno spiraglio, seppur minimo e non necessariamente catartico, c’è sempre. Lo si può scorgere nel ricongiungimento con le figlie, dopo tanti anni; nel ricordo malinconico del passato, di un momento dell’adolescenza in cui si era ancora puri; o nei “giorni trattenuti tra le braccia”; nei fallimenti e negli errori; nelle possibilità a cui non si è saputo dare il giusto peso. Per sapere dove tutto questo condurrà il protagonista, buttatevi a capofitto in una dopo l’altra di queste 174 pagine.

Nell’epoca della fermezza delle opinioni, del tutto e subito, della gara a chi grida più forte, Paolo Zardi non dà risposte, semina dubbi. Prende il lettore e lo immerge nell’umanità, un’umanità violenta, miserabile, odiosa, ma pur sempre umanità. Quell’umanità di cui il lettore stesso fa parte. E non ci sarà bisogno di aver cavato denti, perso scommesse, preso un sacco di botte e aver fatto sesso con una donna sfregiata e senza gambe per sentire che quel protagonista, il più delle volte, siamo noi. L’immagine che racchiude al meglio la “poetica” dell’autore, forse, è quella di Enea che fugge da Troia in fiamme con il figlio Ascanio e, sulle spalle, il padre Anchise. È la contrapposizione di due mondi inscindibili, quello globale e quello individuale, dalla quale nessuno può esimersi; è il costante tentativo di mettere al riparo qualcosa, anche un ricordo, anche un istante, dalla consunzione del tempo e dalle contingenze della vita. Come a contraddire il famoso film di Mathieu Kassovitz, La Haine, Zardi sembra affermare che non conta solo l’atterraggio, ma anche la caduta.

Dopo aver letto il libro ho scritto a Paolo che, stando alle premesse che aveva fatto, temevo si fosse rammollito. Questo l’ha fatto sorridere: fortunatamente, mi sbagliavo. Paolo Zardi dimostra la meticolosità con cui cura il linguaggio dei suoi testi, un linguaggio che non è solo a sostegno della storia: ne è matrice. Il ritmo incalzante e i tempi del libro ribadiscono il suo talento nell’accostare cinismo e poeticità, sovente intersecandoli.

Come tre anni fa, anche questa volta Paolo partecipa al Salone del Libro di Torino; come tre anni fa, anche questa volta io non riesco a essere presente. Prima o poi però, ne sono convinto, riuscirò a trascinarlo a Bolzano per far raccontare ai sudtirolesi le sue storie, quantomeno per assistere dal vivo al fondersi di apocalissi esistenziali, pornografia spicciola e cadenza padovana. Nel frattempo, ci si vede su Destiny.

Alex Piovan

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