“Se penso all’arte come libertà, penso al Salento”. L’intervista all’artista Antonio Bonatesta

In ogni pennellata di Antonio Bonatesta c’è l’impetuosità del mare, la sconfinata serenità di un cielo al tramonto, la silenziosa tranquillità di posti antichi, il fruscio di un campo di grano. Ogni scoglio, ogni foglia, ogni onda si tocca, si sente, ti sfiora. Bonatesta con la sua arte fotografa il Salento spogliandolo delle banalizzazioni e vestendolo di un realismo storico, di autenticità, di delicatezza.

Lui, artista prestato alla Storia contemporanea e viceversa, conosce profondamente la sua terra. Tale conoscenza si trasporta nella sua pittura paesaggistica e, in ogni quadro, il Salento è sovrainterpreto, reso metafora. Un solo colpo d’occhio ai quadri è un colpo diretto al cuore. È un’immersione totale nei luoghi dipinti, sulle orme della scoperta e del desiderio di non dimenticare nemmeno una pietra. La sua arte è emozione.

La mia intervista all’artista che meravigliosamente ha spiegato cosa c’è dietro ogni sua opera:

Descriviti in poche righe

Sono un artista prestato alla Storia contemporanea e uno storico prestato all’Arte.

Quali caratteristiche della tua arte riflettono meglio la tua personalità artistica?

Definirei il mio percorso come quello di un autodidatta “quattro quarti”, se posso abusare di una celebre definizione di Pierre Bourdieu. Non ho ricevuto una formazione accademica, l’arte l’ho respirata fin da bambino osservando mio padre dipingere, ascoltando le sue conversazioni sull’arte, assorbendo l’atmosfera dei circoli che frequentava. In questo senso, sono un “nativo” della pittura. Anche quando non la praticavo, la percepivo come qualcosa di connaturato e familiare.

Credo che, almeno in parte, l’essere autodidatta abbia influenzato il mio rapporto con il dato reale. Fin qui ho avuto l’opportunità di non essere sottoposto a determinate regole del “campo” dell’arte e, con esse, a quella somma di strategie di referenziazione che ha spinto nel tempo artisti e pittori alla trasfigurazione della realtà. Questo aspetto, dapprima determinato dallo “spirito” del Novecento, è poi divenuto una sorta di feticcio, a tal punto da confondere l’identificabilità e la riconoscibilità della poetica di un pittore con l’imperativo del superamento della realtà. A me pare invece che l’avanguardia abbia oggi perso la sua missione e si sia smarrita nell’autoreferenzialità. Bisognerebbe reinterrogarsi. 

Non sono necessariamente un fautore dell’arte impegnata, semplicemente credo le forme espressive dell’uomo debbano poggiare su una dimensione etica e porsi in qualche modo il tema della loro funzione sociale. Il dialogo con il dato reale impedisce l’autoreferenzialità, l’egotismo cromatico, la ricerca ossessiva dello shock e della provocazione, ciò che Baj e Virilio hanno chiamato “l’orrore dell’arte”.

Allo stesso tempo, però, proprio perché l’arte è una relazione tra sé e il mondo reso intellegibile attraverso i sensi, vedo ogni cedimento all’iperrealismo come una forma di alienazione, in cui ci si annienta nella tecnica per la tecnica.

Le tue opere sono un’ode visiva al Salento. Che rapporto hai con la tua terra?

Il Salento è il luogo della mia giovinezza e della mia adolescenza. I primi morsi di libertà li ho dati percorrendo la campagna in bicicletta, raggiungendo e conquistando nuovi borghi – che in provincia, specie nella dorsale occidentale, sono a pochi chilometri l’uno dagli altri – attraverso la densissima rete di strade vicinali che innervano il territorio. Dinanzi ai miei occhi si dipanava in continuazione una trama che, pur svolgendosi regolare lungo i binari di alcuni presupposti quasi deterministicamente dati – come l’orizzontalità del paesaggio e il dominio dell’ulivo e della pietra leccese – si arricchiva sempre di inaspettate variazioni sul tema. Se penso all’arte come libertà, penso al Salento.

Del resto, il Salento è un territorio liminale che tenta continuamente di definire la sua identità in rapporto alla sua inclusione/esclusione dal mondo. Il discorso identitario in questo territorio è potentissimo e storicamente radicato, nessun salentino può sottrarvisi. Molti lo subiscono o lo replicano in forma banale e retorica – lu sule, lu mare, lu ientu – altri tentano di costruirlo, definirlo e circoscriverlo. In ogni caso, il rapporto di ogni salentino con la sua terra non è mai agnostico.

In che modo il Salento influisce sulla sua arte? E la natura?

Il Salento è un territorio di difficile interpretazione pittorica. È estremamente parco di suggerimenti morfologici, dominato da monocolture. Giunge al punto estremo di celare i suoi corsi d’acqua nel sottosuolo. Tanta parsimonia esige, da ciascun artista che ambisca a raffigurarlo, il massimo sforzo di esegesi. Ne consegue che, se non si vuole ridurre retoricamente il Salento a un tronco di ulivo secolare o a una “pajara”, esso va sovra-aggettivato, sovrainterpretato, reso metafora. 

Vi sono alcuni aspetti che, nella mia visione delle cose, caratterizzano massimamente il Salento. Il primo consiste – come detto – nell’orizzontalità che vi impera; il secondo nella sua luce e nel suo clima. Partiamo dal primo. Il pittore di cose salentine è anzitutto un cultore della linea piatta d’orizzonte, un sacerdote intento a celebrare l’identità pianeggiante della sua terra. Le poche serre sparse in provincia non sono che l’eccezione alla regola, sono mera funzione dell’osservazione del piano e delle sue serafiche modulazioni. Il piano, e le modalità attraverso cui incontra il mare, è l’unico elemento realmente naturale che ci è rimasto del Salento. Il resto è tutto paesaggio, che è dominio dell’uomo e delle trasformazioni che egli produce. Basti attraversare il Salento mediante le essenze arboree: i boschi di ulivo della provincia orientale e meridionale, i vigneti di quella nord-occidentale, i pioppi degli appoderamenti fondiari, gli eucalipti delle bonifiche integrali, i palmizi dei giardini gentilizi. Non vi è quasi più traccia dei possenti querceti che in epoche immemori occupavano queste terre. Il paesaggio salentino è uno dei più artefatti d’Italia e d’Europa, persino ciò che rimane della sua originaria naturalità – gli acquitrini costieri e gli sprazzi di macchia mediterranea – possono essere fatti derivare da una scelta consapevole dell’uomo, quella di auto-infliggere un “vuoto” alla sua trama. Come si vede, il rapporto con la natura è così controverso che, per quanto mi riguarda, ridurre la naturalità del Salento all’anacronismo di un rudere o dello stesso ulivo, è una mera operazione ideologica. Negli anni ’50 il pittore salentino Vincenzo Ciardo ha paragonato l’ulivo a una “deità”; xylella ci ha mostrato che anche gli dei dell’Olimpo periscono. Del Salento dunque va raffigurato tutto, anche l’industrializzazione, con i suoi segni, i suoi accenti e le sue cicatrici. Ecco, naturismo e passatismo sono il modo migliore di tradire l’identità Salento, terra di conflitto tra uomini e tra uomini e natura.

Un secondo aspetto significativo consiste nella luce e nella sua interazione con l’atmosfera. Una certa retorica ha fatto dello scirocco la metafora dell’immobilismo meridionale, suggerendo una certa idea pregiudiziale del Sud. Invece lo scirocco è il linguaggio con cui il Mediterraneo ci parla di sé. Nel mentre spira turpe con il suo carico di salmastro e sabbia, tutto è mosso e noi stessi non possiamo, per il tirare turbinoso delle raffiche, spalancare completamente gli occhi. È scompaginamento, confusione, stordimento. Scirocco è avere la terra nelle palpebre, le mani sporche di acqua tinta di Africa. È questa sensazione, dunque, che va suscitata nell’osservatore dell’opera, non l’immobilismo ma la tremenda e struggente mestizia che questo nostro profondo appartenere al Mediterraneo ci infligge ogniqualvolta.

Quali sono le tue influenze artistiche? tra di esse ci sono degli artisti pugliesi che potresti farci scoprire?

Da quando mi sono accostato alla pittura ho dovuto ridefinire i miei riferimenti. In questo, la mia sensibilità di storico si è densamente mescolata a quella di artista. Mi è stato del tutto spontaneo mettermi sulle tracce della tradizione pittorica paesaggista pugliese e salentina, che tra fine ‘800 e un buon pezzo di ‘900 ha avuto altissimi interpreti come Stanislao Sidoti, Giuseppe Casciaro, Michele Palumbo, Giulio Pagliano, Vincenzo Ciardo e Amerigo Buscicchio. Ho instaurato con questi pittori e con i loro referenti intellettuali – tanto per citarne due, Sigismondo Castromediano e Girolamo Comi – un rapporto morboso e a tratti polemico. L’immediatezza espressiva di Casciaro, del tutto sincera e di una potenza lirica inaudita, rimane per me un arcano assoluto. Casciaro, inoltre, mi ha fatto scoprire un’altra tecnica cui mi sono col tempo affezionato, che è quella del pastello (straordinario interprete contemporaneo del paesaggio a pastello è invece Ugo Mattioda). Buscicchio è l’altro mio termine di riferimento: trovo la sua pittura, specie quella degli anni ‘60 del ‘900, di una composta malinconia. Questa scuola pittorica aveva, a mio modo di vedere, un limite: escludeva e minimizzava l’uomo dalla rappresentazione del Salento, rendendola elegiaca.

Oggi i miei punti di riferimento consistono molto nella scuola paesaggistica americana, con pittori che appartengono alla mia stessa generazione come Jeremy Mann, Nate Ross, Lindsey Kustusch e Kevin Courter. In Europa, direi lo slovacco Tibor Nagy e il russo Alexey Savchenko, su tutti. Ma il mio universo non è fatto solo di riferimenti lontani nel tempo o nello spazio. In un Salento storicamente affetto da solipsismo intellettuale, che fatica a costruire aggregazioni e produrre scuole, ho avuto l’opportunità di ricevere gli incoraggiamenti di pittori contemporanei di grande valore artistico e di indiscusso spessore umano: Massimo Buscicchio e Mario Pellegrino.

La tua formazione artistica è legata alla militanza nel movimento graffiti-writing e al graphic design. Come è avvenuto il passaggio alla tua pittura paesaggistica?

Alla fine degli anni ‘90 ho aderito alla subcultura del graffiti-writing, in cui ho militato per circa un decennio fondando assieme a Fabio Cafiero, Riccardo Refolo e Antonio Toma il collettivo “Diciassettesimo Stormo”, oltre a instradare numerosi altri progetti. Ho interpretato questa esperienza in modo piuttosto rigoroso, seguendo e rispettando la struttura normativa informale che allora regolava l’appartenenza alla cultura Hip Hop, che prevedeva tra le altre cose l’imperativo di “rappresentare autenticamente” sé stessi e il proprio luogo di provenienza, la propria “scena” di riferimento – per così dire. Questo per noi ha significato contrapporre programmaticamente la provincia a quella di Lecce e della sua realtà urbana. Da una parte vi era il nostro approccio, che puntava tutto su una ricerca artistica su muro volta alla legittimazione sul piano nazionale. Ciò comportava una serie di cose, tra cui una maggiore attenzione all’aspetto legale e al rispetto del patrimonio materiale pubblico e privato, come premessa di un percorso di evoluzione stilistica e di integrazione nel contesto sociale ed economico di riferimento. Dall’altra parte, vi era quello del “tag” e del “bombing”, allora largamente praticato in una piccola città di poco meno di 100 mila abitanti come Lecce, che pretendeva di richiamarsi a una certa declinazione del primordiale messaggio newyorkese. In verità, “stile” e “bombing” erano da sempre due categorie radicate nell’originaria poetica del writing americano. A Lecce si era convinti di fare il “vero” writing, quello della protesta sociale, quando noi trovavamo invece questa pretesa una forzatura delle basi sociali e territoriali di riferimento – inadeguate, a nostro avviso, a esprimere una compiuta realtà metropolitana e, di conseguenza, quel certo modo di fare writing. Sta di fatto che ne derivò un conflitto piuttosto aspro, sul terreno vi erano due concetti antitetici di “autenticità” che non riuscimmo a far coesistere. Come risultato, tra il 2008 e il 2011 la scena si impoverì, molti tra noi avvertirono questo conflitto come una camicia di forza e preferirono coltivare altre strade. Io fui tra questi.

Durante gli ultimi anni di militanza nel writing, ho avuto la fortuna di fare degli incontri che avrebbero ulteriormente segnato la mia formazione artistica, ampliandone le basi dal punto di vista intellettuale. Mi riferisco, in particolare, alla frequentazione dei circoli culturali legati alla Casa editrice “Amaltea” – diretta per lungo tempo da Ada Manfreda – e all’amicizia con Salvatore Colazzo, docente presso l’Università del Salento, il primo veramente capace, in una realtà imprenditoriale locale, di comprendere le potenzialità del graffitismo applicate al mondo della grafica e del web design. Solo oggi mi rendo pienamente conto di quanto, dietro le sue intuizioni, i suoi stimoli e le sue provocazioni, ci fossero non solo il bagaglio scientifico dell’accademico ma anche la spregiudicatezza tipica di quella leva di intellettuali ottantini del “Salento di mezzo” cui era stato organicamente legato, da Antonio Verri a Salvatore Toma, solo per citarne alcuni. Di fatto, per quanto riguarda quella stagione, sono stati gli anni di più intensa e potente creatività, durante i quali ho approfondito la mia ricerca stilistica e ampliato le mie categorie interpretative.

Il passaggio alla pittura paesaggistica, pur essendo temporalmente slegato da queste esperienze, vi è però intimamente connesso. Per quanto mi riguarda, credo che il lascito più consistente del writing consista nel legame tra arte e territorio. Del resto, per me si tratta ancora di rispondere alle stesse, identiche domande: cosa significa andare alla ricerca di forme autentiche di espressione artistica e di narrazione dei propri luoghi, in un costante confronto con le modalità attraverso cui l’intellettualità e la pittura salentina hanno storicamente interpretato e costruito la posizione del Salento nel confronto con le esperienze nazionali ed europee.

Qual è l’ambizione che consegni alle tue opere?

Parlare alle persone, suscitare in loro un moto di nobiltà d’animo. Sono sicuro che le mie opere possano molto farlo meglio di me.

Come definiresti la tua arte?

Lascerei le questioni definitorie agli altri, semmai dovessi meritarne.

Elisa Toma

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