Pink Floyd Exhibition: il viaggio verso il lato oscuro della luna

«Ultimi giorni per Pink Floyd Exhibition, la mostra dedicata allo storico gruppo che ha rivoluzionato la musica internazionale»

Prendere un vinile dei Pink Floyd e farlo partire sul vostro giradischi. Alzare lo sguardo dopo circa un’ora e rendersi conto di aver fatto un viaggio lunghissimo (e bellissimo) senza aver mai lasciato il proprio divano. A quanti di voi è capitato? Ora immaginate di poter ripercorrere questo percorso lungo 50 anni all’interno di una grande mostra. È l’opportunità che vi propone il Macro di Roma con la “Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains” che si concluderà il primo luglio. Qui potrete rivivere tutta la storia musicale della band inglese, forse, più famosa al mondo. Un viaggio paradossalmente nostalgico. Paradossalmente perché la chiave del suo successo Floyd è stata quella di non guardare mai al passato, ma sempre al futuro, alla ricerca di sound inediti.

Tuttavia è quasi impossibile varcare la soglia dell’ultima stanza e non guardare indietro con un sentimento cupo che ti avvolge, misto tra la paura di non poter più rivivere quel tipo di emozioni e il sentirsi privilegiati di aver fatto parte di un piccolo mondo, intriso di cultura, umanità e senso di appagamento per chi una parte di paradiso, con toni distorti e psichedelici, a suo modo ce l’ha già mostrata.

La mostra, curata da Storm Thorgerson, fondatore dello studio di grafica Hipgnosis nel 1967, e dall’illustratore Aubrey Powell, racconta in ordine cronologico la carriera dei Pink Floyd, a partire dal primo album realizzato con Syd Barrett il quale, a causa dei problemi di droga, concluse subito dopo la sua breve esperienza lasciando però una fortissima influenza al suo gruppo, ai suoi successori e a tutto il genere musicale. Un’esplorazione non solo della vita professionale dei componenti della band, ma anche della loro parte più intima, legata alle inquietudini del presente, alla voglia di sperimentare e ribaltare la coscienza comune.

Questo piccolo itinerario, accompagnato dai loro più grandi successi in sottofondo (tutti incastrati perfettamente in ogni momento della loro epoca a seconda della stanza che viene visitata), è raffigurato attraverso oltre 300 oggetti, costituiti da strumenti musicali, tastiere, schizzi, libri, reperti da collezione, prime locandine, allestimenti scenici e riproduzioni video, nel quale i protagonisti in prima persona e soggetti che hanno contribuito alla loro escalation raccontano retroscena, episodi particolari e segreti che hanno reso grandi i Pink Floyd. Per farvi entrare subito a vostro agio nell’anticamera è piazzato un fat man alto 7 metri: l’uomo gonfiabile con pantaloni e camicia a righe che fece la sua comparsa nel tour Animals del 1977. Iniziata la mostra vera e propria invece, il nastro della memoria torna indietro al 1965. Una gigantografia di Nick Mason accanto al furgone della Bedford è il primo grosso impatto emotivo che ci viene offerto, oltre a strumenti, lettere e bozze di Barrett, alle prese con i primi svarioni post LSD. Tra i reperti c’è anche la sua Fender e il riferimento al nome della band, ‘partorito’ dalla passione per i due musicisti blues Pink Anderson e Floyd Council, divenuto ufficiale dopo la scoperta a un concorso musicale della presenza di una band omonima al Tea Set, nome utilizzato originariamente dal gruppo composto, oltre che da Barrett, da Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright e Bob Klose.

Subito dopo compare anche l’organo utilizzato da Wright nel corso delle prime esibizioni. Visto che siamo in Italia non possono mancare i ricordi legati alla nostra penisola, come l’esibizione tenuta al Piper il 18 e 19 aprile 1968, le registrazioni effettuate presso studi discografici della capitale per realizzare la colonna sonora di Zabriskie Point e il famoso concerto a Pompei.

Continuando a camminare l’occhio viene rubato dalle pareti colorate col tema di Dark Side of The Moon ma la sorpresa più grande la riserva però poco dopo, quando un ologramma chiude il primo grande capitolo di questa mostra.

Messa da parte l’ispirazione filosofica, è il momento degli uomini in fiamme, omaggio di Wish You Were Here. È a questo punto che Gilmour arricchisce lo spirito con un altro brivido sulla schiena raccontando i momenti della registrazione del disco alla presenza in studio di Barrett. Il secondo blocco, invece, si concentra sulla questione politica messa in atto dai Pink Floyd nei successivi tre album. Con Animals si ingigantisce anche la nota spettacolare dei concerti della band, come confermato anche Mason nella conferenza stampa alla vigilia dell’inaugurazione della mostra. Ecco comparire, quindi, maiali giganti, il maestro cattivo di The Wall e la tela con il soldato pugnalato alle spalle in un campo di papaveri, immagine simbolo di The Final Cut.

Qui si chiuse l’esperienza di Roger Waters con i Pink Floyd e a prendere il timone fu David Gilmour che, con A Momentary Lapse of Reason, riprese lo stile sperimentale e psichedelico tanto caro alla prima fase pinkfloydiana, caratterizzata da «un equilibrio sottile tra testo e musica», perso gradualmente dopo The Dark Side of The Moon. Per rafforzare l’idea di questo rovesciamento basta alzare lo sguardo e notare i letti posti sopra la testa. Se il letto vi stimolerà a sedervi, ancora più difficile sarà resistere alla tentazione di accomodarvi accanto alla riproduzione dell’uomo rivestito di lampadine, manifesto di Delicate Sound of Thunder, nonché incontro di luce e suono e trasfigurazione dell’esperienza di un concerto dei Pink Floyd.

L’assenza di comunicazione è invece il tema cardine di The Division Bell, le cui facce rocciose fanno da contorno all’area più psichedelica della mostra (unica pecca forse quella di non aver utilizzato questo ‘clima’ a sufficienza).

Siete arrivati all’epilogo: Endless River, in dedica al compianto Richard Wright, anticipa il Live 8 di Hyde Park del 2005, proiettato nell’ultima sala, conclude questo viaggio introspettivo e verso il passato di circa un’ora e mezza. Non vi sorprendete se, una volta usciti, vi sentirete piacevolmente insensisibili [comfortably numb] verso tutto il resto. La magia l’avete lasciata alle vostre spalle.

Sito ufficiale

Fabrizio Moretto

 

 

 

 

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