Perdersi nella Cometa

«La non-recensione di Cometa, il nuovo romanzo di Gregorio Magini, pubblicato da Neo Edizioni. “Vivremo forte e non sapremo più la differenza tra fallire e non provare in fondo mai niente”»

Premessa: non sono un critico letterario, né il mio parere ha valore alcuno. Il presente scritto non pretende di essere una recensione, né un’analisi accurata, riporta solamente la mia personale interpretazione ed esperienza di lettura.

Cosa disegni?

Un cervello steso ad asciugare su uno scoglio.

Bello. Sembrano cerchi.

Sono cerchi. So disegnare solo cerchi. Storti. È il titolo che conta.

Il titolo, in questo caso, è “Cometa” – il nuovo romanzo di Gregorio Magini pubblicato dalla Neo Edizioni. Come i cerchi disegnati da Raffaele, anche le vite dei protagonisti sono storte, intersecate, deviate e devianti. Perfetti surrogati dell’epoca che li ha visti nascere, gli edonistici anni Ottanta, Raffaele e Fabio sono, ognuno a proprio modo, dei sociopatici. Il primo è ossessionato dal sesso, cui si relaziona in modo compulsivo; il secondo è ossessionato dai videogiochi, prima, dai computer, poi. Entrambi osservano la vita attraverso una lente deformante, e ciò che ne scaturisce è una prospettiva introflessa, a tratti grottesca, che mina la loro capacità di relazionarsi col prossimo, di intessere relazioni stabili e sincere, di dare una direzione e una forma all’esistenza. Ed eccoli quindi alle prese con una vita sconclusionata, intenti a barcamenarsi attraverso le difficoltà, i fallimenti, la solitudine e l’amore – sentimenti e situazioni che, speculari all’identità dei protagonisti, appaiono sempre trasognati, alienanti, come fossero osservati in tralice. In questo scenario si fa spazio un’idea che poi diventa un progetto: Comeet – o Comeetr (“fa più Web 2.0”) – il social network che cambierà le relazioni sociali, un MySpace migliore di MySpace, volto a rispondere al bisogno di socialità degli utenti attraverso degli algoritmi capaci di mettere in contatto persone che potrebbero piacersi nella realtà.

Più che un semplice romanzo, l’opera di Magini sembra una biografia. Non si tratta, però, della biografia di Raffaele, né di quella di Fabio: “Cometa” è la biografia di una generazione, è il mito della creazione della nostra epoca. Dopo Dio, sono morte anche le ideologie e gli ideali, la cui perdita è incarnata dal costante smarrimento in cui versano i due protagonisti, privi di qualsiasi punto di riferimento, politico, artistico o culturale che sia. “In fondo tutti sanno la verità, che è semplice ma non si può dire. Ci divertiamo. Si fa il cazzo che ci pare. È una festa,” spiega uno dei ragazzi della protesta violenta in occasione del G8, prima di incendiare un’auto della polizia in corsa. Lo scenario è desertico, non è rimasto niente a cui aggrapparsi, ogni strumento sociale (dalla partecipazione politica alle relazioni sentimentali) appare solo come la via più comoda per appicciarsi addosso un’etichetta che rimandi a un’ipotetica identità, perciò si incede per alienazioni e individualismi, ed è per questo che a Magini non occorre scrivere un romanzo corale per raccontare un’intera generazione: è sufficiente puntare l’obiettivo su coloro che ne riflettono gli aspetti essenziali, e, per un gioco di specchi, si avrà la storia di tutti. Raffaele e Fabio, però, non si limitano ad abitare questo mondo: contribuiscono, indefessi, alla sua creazione.

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Diametralmente opposti (Raffaele è ossessionato dal sesso, Fabio ha difficoltà a intrattenere rapporti sessuali; Raffaele viaggia per tutta l’Europa, Fabio viaggia per il cyber-spazio chiuso nella sua stanza), saldano – si fa per dire – il loro rapporto grazie a un paradosso: sono accomunati dall’odiare la gente. Sono sociopatici e, in una certa misura, ne sono consci. Tuttavia, come afferma Raffaele, “il mondo è in mano ai sociopatici”. Il che è del tutto logico: un mondo abitato da individui alienati, isolati, dediti al solo piacere effimero e all’egotismo, non può che annichilire qualsiasi ipotesi di vera socialità, consegnandosi nelle mani degli unici che ne incarnano il vuoto pneumatico, che assurgono così a demiurghi di un’epoca priva di binari, lanciata verso il futuro sul treno del progresso, seppur ripiegata su sé stessa. Incapaci di scendere dal treno in corsa, i passeggeri invocano scampoli di quei rapporti umani ormai distanti, obsoleti, e lo fanno rivolgendosi agli unici che su quel treno sembrano viaggiarci serenamente, i quali non potranno che rispondere alla richiesta secondo i propri parametri, elevando il proprio habitat esistenziale a habitat comunitario. Ecco dunque il vero paradosso che emerge in Cometa: la ferita inflitta alla socialità è tamponata con social creati da sociopatici. Social-patici. A-social network.

Fabio e Raffaele, però, non si rendono conto di essere proprio loro a rivestire quel ruolo. Nessuno è conscio di farlo, e perciò si delegano continuamente responsabilità e conseguenze a ignoti, a disegni più grandi, a sistemi inconfutabili.

 

Sei sicuro che non vuoi scopare?

Ma perché?

Non capisci. Non ti vuoi rendere conto. Tu sei il futuro. Così lento e impacciatone, il dentro della testa che sembra un caterpillar. Sei la giovane promessa.

L’unica cosa che mi riesce bene è risultare sgradevole e poi rovinare tutto.

Veramente siamo tutti ai tuoi piedi…

Non ci sono più gli eroi dell’epica classica, chiamati ad affrontare insormontabili sfide, né un qualsivoglia Messia, disposto al Sacrificio per definizione: gli dèi contemporanei programmano siti adibiti al revenge porn, mandano gif del proprio cazzo “che entra in erezione”, scopano senza sentimento e si masturbano compulsivamente, si fanno di LSD e poi tracciano il destino dell’umanità. Al contempo, sono essi stessi il prodotto di ciò che creano, e l’esito dei fallimenti di coloro che li hanno preceduti. Distanti dalla propria esistenza, cercano la conferma del proprio esserci nella creazione di cose per le quali non provano alcun trasporto, ma che sono pur sempre meglio del nulla più assoluto. È così per Raffaele che, seppur indifferente all’arte (a meno che non gli procacci donne con cui andare a letto), crea un’installazione che ha come soggetto un video che lo immortala, che i fruitori possono comandare mediante un joystick, affinché si masturbi. Eccolo lì, il nostro tempo: nessun significato, significanti vuoti, piacere immediato ed effimero, immagini della vita che si sovrappongono alla vita stessa (Jackob direbbe: “la vita è altrove”). A cosa porta tutto questo? Ovviamente a nulla. Non c’è palingenesi né catarsi, solo un ciclico riproporsi di distruzione e creazione, una sorta di Serpens Mercurii. “Cometa” strappa il cielo di carta e il lettore, alzando lo sguardo, scoprirà che non v’è burattinaio alcuno: la mano che tira i fili che obbligano i suoi movimenti è la sua, ma, per inedia o per inerzia, rifiuta di prenderne atto.

A mio parere, la forza di “Cometa” risiede, in larga parte, nel linguaggio, un linguaggio capace di fondere con inusitata maestria quotidianità ed eleganza, crudezza e poesia, colloquialità e alta letteratura. Un linguaggio che più che veicolare concetti, infonde sensazioni, delinea immagini, rendendo la lettura, in un primo momento, un’esperienza dei sensi, più che dell’intelletto. Le sensazioni, poi, si sedimentano, e, anziché scivolare via (come troppo spesso accade) tornano a farsi sentire anche quando il libro lo si è chiuso da un po’, quando ci si annoia su Facebook, si scorre la home di Instagram o si cerca il video più eccitante di tutto PornHub, quando, se si alza la testa e ci si guarda intorno, si vedono Raffaele e Fabio che ci ricordano che, dopotutto, non siamo poi così diversi da loro. È allora che si comprende l’esergo di David Foster Wallace: “scoprirai che tutti sono identici nella profonda inconfessata convinzione di essere unici”.

Postilla: riporto qui una frase di Chuck Palahniuk a cui ho pensato in un paio di occasioni durante la lettura: “Gli esperti che studiano l’antica Grecia dicono che all’epoca la gente non si considerava padrona dei propri pensieri. Quando gli antichi greci formulavano un pensiero era perché una divinità aveva deciso di dargli un ordine. Apollo gli diceva di essere coraggiosi.
Atena di innamorarsi.
Oggi la gente vede la pubblicità delle patatine al formaggio e si fionda fuori a comprarle.”

Alex Piovan

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