Musashi di Eiji Yoshikawa: Ogni azione è una manifestazione di sé

«Recensione del romanzo Musashi di Eiji Yoshikawa (I ed. originale 1981, ultima ed. italiana Rizzoli 2017)»

Ogni azione è una manifestazione di sé. Chi non conosce se stesso non può far niente per gli altri.

Takezo, un giovanissimo ragazzo, parte assieme all’amico Matahachi per combattere nella grandiosa battaglia di Sekigahara, la quale si rivelerà uno spartiacque nella storia del Giappone. Entrambi condividono il sogno di diventare samurai, ma solo uno di loro riuscirà infine a realizzarlo. Riassumere in questa maniera sbrigativa il romanzo di Eiji Yoshikawa equivarrebbe a banalizzare non solo il lavoro dell’autore, ma l’intero insieme culturale che ruota attorno ad una delle storie più conosciute e amate del Sol Levante. Musashi non può essere considerato solamente un romanzo, né come mero racconto che si tramanda di generazione in generazione fra i giapponesi e gli amanti del Giappone. No, Musashi è il Giappone stesso. Ogni parola, ogni virgola, ogni pausa, ogni dettaglio si trova esattamente dove dovrebbe essere. Tutto è dinamico eppure calmo all’interno di questo libro, come la celebre onda di Hokusai, in perfetto equilibrio, in modo talmente evidente da trascendere le pagine stesse e contagiare il lettore, frantumando il muro divisorio fra spettacolo e spettatore. Chi ha il piacere di leggere Musashi vive le peripezie, i viaggi, i successi e le sconfitte dei protagonisti insieme ad essi, partecipa delle loro emozioni, viene rapito e trasportato in un Giappone non idealizzato, non idilliaco, ma reale. Il Giappone feudale dei celebri guerrieri samurai, delle lotte politiche fra l’antica Edo (oggi Tokyo) e la rivale Osaka, degli intrighi e dell’onore. È il Giappone delle antichissime tradizioni, folkloristico agli occhi colmi di pregiudizio degli occidentali, incapaci di cogliere l’immanenza quotidiana di una cultura che pervade ogni singolo essere vivente di quella terra lontana e misteriosa. In queste 840 pagine c’è tutto: la guerra violenta e la pace, l’amore e l’odio come passioni viscerali e travolgenti, la tradizione incrollabile e la novità che spinge per affermarsi, la politica dei grandi palazzi e la quotidianità delle persone comuni, l’onore del guerriero e la viltà del codardo. È un libro colmo di umanità, di reali vicissitudini, emozioni, abitudini. Per chi ama il Giappone, si tratta anche di un prezioso tesoro di informazioni sugli usi e i costumi, l’abbigliamento, la cucina, la storia, la geografia del Paese del Sol Levante. Senza ombra di dubbio questo effetto nasce dalla potenza della penna di Yoshikawa (1892-1962), figlio di samurai, cresciuto completamente immerso nel contesto che sapientemente descrive parola dopo parola, senza alcuna forzatura, in modo naturale, istintivo.

Chi è avvezzo alla letteratura giapponese, sa bene che la lentezza è una virtù. Per addentrarsi, dunque, nella saga di Miyamoto Musashi è perentorio non avere fretta, non essere precipitosi, non cedere alla tentazione di volgere lo sguardo verso la fine della storia, ma mantenere l’attenzione ben salda sul momento presente. Proprio come il protagonista Takezo-Musashi coi suoi discepoli Jotaro e Iori, l’autore si rivela un sensei per i suoi lettori, li invita alla riflessione su ogni avvenimento, compresi quelli apparentemente meno importanti. Musashi è un viaggio che va compiuto un passo alla volta, con pazienza ed umiltà, esattamente come per il vero samurai va percorsa la Via della Spada. Man mano che si procede, ci si sente maturare, si percepisce la strada fatta e si vede all’orizzonte l’apice di questo cammino interiore di automiglioramento, ma ciò che conta davvero è andare avanti, sempre. È un cammino lungo, ed impervio, lungo il quale è facile perdere la bussola, ma ciò che Yoshikawa insegna attraverso i suoi personaggi è che non è mai troppo tardi per ritrovare la Strada, e continuare a procedere. E per fare ciò, bisogna lentamente prendere coscienza del fatto che la meta non conta quanto il viaggio: sentirsi arrivati e completi è la morte della Via della Spada.

In questo senso, Musashi si configura come perfetta metafora della vita: non esiste la perfezione, ma è ad essa che bisogna aspirare, accettando con coraggio l’impossibilità di raggiungere siffatto obiettivo. In ciò l’atteggiamento del samurai si allinea a quello del filosofo conscio della propria ignoranza ed incapace di accontentarsi di essa, ed in virtù di questo si pone alla costante ricerca di una maggiore e più completa conoscenza di se stesso e dell’universo che lo circonda.
“Nel caso di un samurai, c’è anche qualcosa che chiamerei l’apprezzamento dell’amarezza delle cose. Un guerriero che manchi di tale sensibilità, è come un arbusto nel deserto. Essere un forte combattente e nulla più è come essere un tifone. Lo stesso dicasi di quegli spadaccini che non pensano ad altro che alla spada. Un vero samurai, un autentico uomo di spada, ha invece il cuore compassionevole. Egli comprende l’amarezza della vita.”

L’evoluzione di Takezo in Musashi è in tal senso esemplare: il racconto inizia con un giovane irruento, troppo sicuro delle sue capacità, costretto a prendere man mano atto della sua imperfezione, delle sue mancanze, della necessità di continuare giorno dopo giorno ad imparare, a osservare, a studiare, a sbagliare. Chi è convinto che per essere samurai basti saper padroneggiare una katana è destinato a cadere. Per diventare samurai certamente essere abili guerrieri è un aspetto fondamentale, ma non basta. Bisogna fare sacrifici, allenare contemporaneamente corpo e spirito, ampliare e rafforzare le proprie conoscenze con l’arte, la lettura, il confronto con tutti gli esseri viventi che si ha la fortuna di incrociare, non porsi al di sopra di nessuno ma trovare in ogni cosa un nuovo insegnamento.

Non consiste soltanto nel combattere, l’Arte della Guerra. Coloro che la pensano così, a cui basta aver da mangiare e da dormire, sono semplici vagabondi. A un serio studente preme assai più addestrare la mente e disciplinare lo spirito, che sviluppare le capacità marziali. Deve apprendere ogni sorta di cose, studiare geografia, idraulica, i sentimenti della gente, i loro usi e costumi, i loro rapporti con il Signore del territorio. Vuol sapere cosa succede all’interno del castello, e non solo all’esterno. Vuole, insomma, andare dovunque e apprendere tutto ciò ch’è possibile.

Cultura, onore, umiltà, dedizione son le parole d’ordine per eccellere nell’arte della spada. Per divenire abili samurai bisogna prima crescere e divenire abili uomini, saggi, pazienti e determinati. In un’intervista degli anni ’90, il famoso regista nipponico Akira Kurosawa, cui vien chiesto di dispensare un consiglio ad aspiranti registi, si esprime in una maniera molto chiara e precisa, che ben si inserisce con il nostro discorso:

[…] Penso che i giovani di oggi non abbiano la pazienza per far questo.
Vogliono iniziare e arrivare alla fine il prima possibile. Ma se vai a scalare una montagna, la prima cosa che ti dicono è di non guardare la vetta, ma concentrarti passo per passo. Devi continuare con pazienza, un gradino alla volta. Se non fai altro che guardare la vetta, diventa frustrante. […] Se non hai una grande conoscenza interiore, non puoi creare niente. È per questo motivo che spesso dico che la creatività deriva dalla memoria.

I consigli del maestro del cinema giapponese ben si legano al costante allenamento spirituale cui Musashi si sottopone nel romanzo; egli incarna ciò che Kurosawa intende dire, e ciò si evince da come il giovane samurai impara duramente sulla propria pelle la costanza e la saggezza, venendo sconfitto ripetutamente dalle avversità della vita e risultando altresì vincitore dopo aver appreso di volta in volta una nuova lezione. E così lui non si ferma, passano gli anni e non si arrende mai, non si tira indietro mai, non si accontenta mai. Gira in lungo e in largo per il Giappone, facendosi tanti nemici. Altrettanti, tuttavia, riconosceranno il suo valore, uomini comuni e nobili, donne, vecchi, bambini; persino alcuni che per un’intera vita han voluto la sua fine, dovranno ricredersi, quando dimostrerà che il legno può essere più duro dell’acciaio, se guidato da un cuore più puro.
Sayonara, Musashi-sensei. Arigatou gozaimasu.

Andrea Spiga

Immagine in evidenza :  Hatsujiro Fukuda (福田初治郎)
Illustrazione di Giuseppe Botte

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