Lo stile unico di Modigliani nell’arte, nella vita, nell’amore

Immaginare di camminare tra le strade di una Parigi di inizio Novecento tra Montmartre e Montparnasse, seguendo le musiche dirompenti, la vivacità dei boulevard, la vita nei caffè, l’insieme di sensazioni che si possono avvertire camminando nel centro artistico e culturale di una città diventata simbolo della rinascita di quel particolare periodo storico rivoluzionato dell’inizio di un nuovo secolo. Immaginare di incontrare musicisti come Hector Berlioz e Erik Satie, poeti come Guillaume Apollinaire, Max Jacob, i pittori  Picasso, Cézanne, Chagall, Soutin, Kisling, Modigliani, poterne sentire i discorsi. Un posto in cui arte e follia coincidono, dove la rivoluzione culturale passa tra le righe di novità stilistiche, il ribaltamento dei canoni formali, delle tradizioni accademiche, dove vi è comunione di idee, cosmopolitismo ed allo stesso tempo emarginazione da parte dell’altra “perfetta” parte della città.

Lì si vive al limite di possibilità economiche, della lucidità e nell’incertezza che l’entusiasmo praticato possa non avere un solido fondamento. Ognuno trasporta ugualmente nell’arte la propria personalità, la voglia di raccontarsi.

“La vita è un dono dei pochi ai molti: di coloro che sanno e che hanno a coloro che non sanno e che non hanno.”

Amedeo Modigliani incarna perfettamente l’idea dell’artista maledetto, dalla gioventù bruciata tra fumi e fiumi di alcol, sregolatezza, sfortune e il grande amore.

Nasce a Livorno il 12 luglio 1884 ma vicende familiari, personali e artistiche lo spingono a Parigi. Qui si afferma come pittore, anche se la fortuna arriverà postuma. Lo chiamano Modì, Dedo.

Preferisce dipingere le persone, le stesse che affermano di aver avuto l’impressione di “farsi spogliare l’anima” da lui anche se le lascia senza pupille come statue dell’arte classica.

Soprattutto nei ritratti e nei nudi trasferisce la forza del tratto, la particolarità dello stile inconfondibile esplicitato dei delicati colli e lineamenti allungati e nella sensualità delle posizioni femminili tutto in lotta con le proporzioni, non convenzionali. Il 3 dicembre 1917, il capo della polizia di Parigi fece chiudere, solo dopo alcune ore d’esposizione, la prima mostra personale di Modigliani, sconvolto dalle nudità esibite. Richiamava ad un “ritorno all’ordine” che suona stonato parlando di arte, di bellezza, di Modigliani.

Modì eccede in tutto, anche nel sentimento. Conosce Jeanne Hébuterne, anche lei una giovanissima pittrice. Il loro amore è ostacolato dalla famiglia bigotta di lei  che preferisce abbandonare la figlia al proprio destino piuttosto che acconsentire l’unione con Modigliani, artista italiano, povero, ebreo e di quattordici anni più grande di lei. Lei lo segue. Il loro amore non è scalfito né dalla povertà, né dalla malattia di lui. Hanno una bambina, anche lei Jeanne. Passavano le giornate uno di fronte all’altro contro il tempo feroce.  Lui la dipinge nei suggestivi quadri del suo ultimo periodo di produzione, lei gli resta vicino, affamata, sola e all’ottavo mese di gravidanza. Modì muore il 22 gennaio 1920, stremato dalla malattia, meningite tubercolare. Il loro amore disperato sfocia nella morte di Jeanne che si suicida, ventiquattro ore dopo la morte di lui, portando dentro di lei il frutto della loro storia. Ora riposano insieme e la loro storia durerà nel tempo, segnata sulla tela ad ogni tratto di colore, ad ogni pennellata. Modì le ha letto l’anima al punto da poterne dipingere gli occhi.

Jeanne Hebuterne

Sapete cos’è l’amore? Quello vero?
Avete mai amato così profondamente da condannare voi stessi all’inferno per l’eternità?
Io l’ho fatto.

“I colori dell’anima”

“I colori dell’anima” è un film del 2004, scritto e diretto da Mick Davis, con protagonisti Andy Garcìa nella parte di Amedeo Modigliani e Elsa Zylberstein nell’interpretazione di Jeanne Hebuterne. Ci riporta al punto di partenza, Montparnasse, ci racconta del leggendario quartiere, le storie degli artisti, la feroce rivalità tra Modì e Picasso (quest’ultimo lontano dall’immaginario collettivo a cui siamo abituati), l’amore sventurato. Tra l’esagerazione dovuta a necessità cinematografiche e qualche incongruenza storica, il film trascina nelle vicende umane e artistiche dei protagonisti ed ha la capacità di coinvolgere in maniera sorprendente grazie alle musiche tristi e  travolgenti come Ode to Innocence e Angeli di Sasha Lazard. Bisogna essere pronti ad emozionarsi.

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