Le pergamene di Sertorio e la sua ribellione storica

le pergamene di sertorio

– “Ma perché i riformatori passano per sovversivi?”
– “E’ una vecchia storia. Dura da tempo, dai primi fermenti democratici della mia amata Grecia, e andrà avanti chissà per quanti millenni ancora. Spesso passa per sovversivo chi lotta contro l’ingiustizia. Vedi, il potere ha l’autorità di far passare per ingiusto quello che è giusto”.

le pergamene di sertorioNato nell’attuale Umbria, Quinto Sertorio si distinse fin da giovane a Roma tanto per le doti oratorie ed il fine intelletto quanto per l’abilità strategica e militare, fino a ricoprire il ruolo di governatore della provincia ispanica, terra natia dei Sertorii e principale teatro della sua storica ribellione. Nelson Martinico nel romanzo si cela con maestria e cede la parola al protagonista, che si esprime in prima persona, ripercorrendo minuziosamente la sua tormentata esistenza, costellata di sangue e vittorie, sotterfugi e tradimenti, amori ed amicizie, sogni premonitori e progetti utopici. Il libro inizia secoli dopo la morte di Sertorio, con lo storico Plutarco incaricato dall’imperatore Traiano di scrivere, basandosi su delle pergamene ritrovate in Spagna e vergate in prima persona da Sertorio, la biografia e ripulire così la damnata memoria del sovversivo condottiero mariano, oppostosi con coraggio ed abilità alla dittatura di Silla e alla corruzione della res publica,. Emerge da queste un ritratto sì
romantico, ma soprattutto umano, di uno degli uomini più rappresentativi dell’Urbe: scaltro, impavido, esperto con la spada quanto con la lingua, spietato ma mai vile con i nemici, ferreo eppure magnanimo con gli alleati, fedele ai princìpi del mos maiorum e a quella Roma idilliaca che l’avidità e la cecità di senatori, cavalieri e plebei senza scrupoli e senza onore avevano dissacrato e macchiato.

Storicamente piuttosto fedele, il romanzo di Martinico procede attraverso un dettagliato contesto di celebrità (dal giovane Cicerone a Marco Antonio, da Mario a Silla, passando pure per Giulio Cesare e Pompeo) ed usi e costumi della classicità, per mezzo soprattutto di una scrittura rapida e precisa, tagliente come un gladio, incapace di annoiare. L’autore proietta il lettore in un mondo ormai troppo spesso relegato in polverosi archivi, se non dimenticato: nei nomi, nei problemi, nella lingua, mentre son ancora tantissime le espressioni latine che utilizziamo quotidianamente, magari in maniera del tutto involontaria, ed irrisolte restano certe questioni vecchie di quasi venti secoli, come la corruzione della politica, l’incantamento della plebe via panem et circenses, la crudeltà della guerra, il razzismo e la diffidenza verso gli stranieri.

 

Sembra la mia donna, la guerra. Una donna fedele, gelosa, che ama me ma ama anche i miei nemici, che non mi lascia alcuno spazio di libertà e di scelta. Ed è questo forse che mi affascina di lei: mi prostra e mi attrae. Sbaglia chi dice che la guerra è un mondo di maschi. La guerra è la più bella e la peggiore delle prostitute, è perfida, conosce la malignità del tradimento. Agita le acque e la vita.

Chi pensa che lo svolgersi della Storia proceda per compartimenti stagni, per rigide divisioni fini a se stesse e slegate fra loro, non ha ben compreso come gira il nostro mondo. La Storia è una sola, e tutti i suoi episodi son collegati fra loro. Se infatti volgessimo lo sguardo al passato con la stessa lucidità, scevra da pregiudizi, dell’autore di questo libro, potremmo rinvenire negli exempla di uomini illustri (nel bene e nel male) e nel concatenarsi degli eventi che segnarono i secoli scorsi, grandi insegnamenti per il nostro presente. Non credo sia casuale, infatti, che in letteratura come nella settima arte a suscitare il fascino più grande verso l’Antica Roma siano stati principalmente quei personaggi, realmente esistiti o fittizi, che strenuamente si opposero alla corruzione e al disfacimento dell’ordine costituito, della Repubblica (e poi dell’Impero) sull’orlo dello sfacelo. Un esempio lampante è la serie tivù di successo che porta il nome del gladiatore trace Spartacus, che da schiavo nella città di Capua riuscì a liberarsi insieme a pochi fratelli e nel giro di poco tempo mise su un esercito di ribelli, che condusse per circa due anni, grazie al suo ingegno militare e al forte carisma, in giro per la Penisola, seminando il terrore nel cuore della repubblica romana, fino alla sconfitta contro il degno avversario Marco Licinio Crasso. Analoga per certi versi la vicenda di Massimo Decimo Meridio (interpretato magistralmente da Russell Crowe nel colossal Gladiator targato Ridley Scott), che da generale di  Marco Aurelio si oppose fino alla morte contro l’ingiustizia e i soprusi dell’inetto imperatore Commodo. Quinto Sertorio non fu da meno, ma anzi forse incarna una sintesi fra loro.

Qui l’autore non vuol dipingere un eroe immortale e leggendario, ma piuttosto offrire l’esempio di quanto può arrivare lontano un uomo se animato da un giusto ideale. Come per Spartaco e Massimo Decimo Meridio, spesso la volontà non basta a portare a compimento il progetto iniziale, che finisce per scontrarsi violentemente contro le dure e fredde rocce della realtà. Tuttavia, tali uomini gettano un seme, accendono una miccia, che qualcuno in seguito riprende e rinvigorisce, portando avanti quell’ideale e quella giusta battaglia. Senza uomini di tal calibro il corso della Storia non avrebbe delle improvvise svolte. E chi può saperlo, magari un giorno, a furia di fare salti in avanti, giungeremo davvero a concretizzare la loro utopia. Chi lo sa, magari da qualche parte nel mondo adesso sta nascendo un nuovo Quinto Sertorio, un nuovo Spartaco. E ne abbiamo un disperato bisogno. Perché anche se dovremo soccombere tutti, è meglio farlo combattendo in nome di una giusta causa.
Nota di merito per la lungimiranza della casa editrice Spartaco (nomen omen), distintasi ancora una volta per la qualità delle sue pubblicazioni. Consigliato a tutti gli appassionati di storia, ma soprattutto ai non cultori della materia, Le pergamene di Sertorio è uno di quei libri che van letti tutti d’un fiato, per emozionarsi riscoprendo un lontano passato e risvegliare la speranza verso un più luminoso futuro.
In alto il nostro gladius, dunque, sorridiamo al Fato e gridiamogli in faccia, senza paura: Ave Caesar, morituri te salutant.

Andrea Spiga

(foto copertina via Pinterest)

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