L’arte libera e indisciplinata di Federico Mele

federico mele

«”Tavolozze: i colori dei giovani illustratori italiani”. Per il primo numero della rubrica di bipolArt, l’intervista a Federico Mele»

Primo numero della rubrica di bipolArt dedicata all’arte dei giovani illustratori, disegnatori e fumettisti italiani. Il titolo è Tavolozze, perché le sfumature della rubrica possono essere tantissime come quando su una tavolozza i colori primari si mischiano tra loro dando vita a un’infinità di nuove varianti.

Mille sfaccettature di stili, tecniche, strumenti, di genio creativo, di risultati, di proposte e idee. BipolArt vuole indagare, conoscere e far parlare chi, in genere, si esprime in modo più colorato, vuole scoprire chi si nasconde dietro a pennelli, matite, colori, tavolette digitali. Non ci sono regole fisse, qui gli artisti si incontrano e si raccontano.

Tavolozze #1 è dedicato all’arte di Federico Mele (Pagina Fb), artista che con ogni sua tavola riesce a emozionare e a stupire. Mele ha la capacità di raccontare e inventare storie, di tracciarne i segni con la matita e le parole, di dare forma concreta alla sua vivace immaginazione e fervida fantasia creando opere d’arte. Che siano immagini prese dalla realtà o suggestioni fantastiche, Mele, di tavola in tavola, esplora ogni sua ispirazione, utilizza tecniche e supporti differenti, studia sempre, cambia e sperimenta, così la sua arte resta inquieta e sempre libera.

Descriviti in poche righe…

Scrivo meglio di come disegno, disegno meglio di come parlo, parlo meglio di come ballo, ballo meglio di come corro. Forse. Mi piace l’arte in tutte le sue forme e la cerco, spesso riuscendo a scorgerla, in tutto ciò che mi circonda.

Mi piace emozionarmi e far emozionare.
 

Quando hai capito che volevi fare questo nella vita? 

Invento e disegno storie da quando ho imparato a tenere una matita in mano. Ho trovato dei quaderni delle scuole elementari pieni di raccontini ingenuamente avventurosi e fiabe inventate e illustrate dal piccolo me, credo di aver voluto fare questo da sempre. Essere un menestrello della pagina, scritta e disegnata.
Da bambino Mamma mi raccontava tantissime storie  e dipingeva davanti a me quadri stupendi, Papà è riuscito a trasmettermi la sua passione per il fumetto appena ho iniziato ad essere in grado di leggere. Ed ora eccomi qua.
Probabilmente però è stato dopo aver terminato il liceo (linguistico) che ho realizzato davvero di voler trasformare questa passione nel mio lavoro, e fare dell’arte la mia vita. 

 
A cosa stai lavorando in questo momento?
Principalmente sto lavorando sulla mia tecnica. Sono molto sicuro delle mie storie ma estremamente severo con il mio disegno, quindi continuo a studiare, a sperimentare, scoprendo sempre cose nuove ed entusiasmanti.
Ho un paio di progetti avviati nelle pareti della mia camera/studio (oltre che del mio cervello iperattivo), di uno posso anche parlarvi: ho scritto una parodia di Dylan Dog dai toni estremi e dissacranti, un mix tra South Park, Deadpool e Ratman. Si chiamerà Dylan Frog e probabilmente sarà la mia prima auto-produzione, nonché il mio esordio come fumettista su una storia lunga.
Per il resto, sono sempre alle prese con commissioni e illustrazioni di vario tipo.
La tua tecnica narrativa è in continua evoluzione e di tavola in tavola cambi stile e tecniche. Quale esigenza ti spinge in questo continuo mutamento? 
Sono una persona irrequieta, impaziente e curiosa, e l’arte è sempre lo specchio del suo artista. Per me è vitale cambiare spesso tecnica e stile e mantenere il mio approccio quanto più libero e divertito possibile. Inoltre credo che ogni storia, ogni idea, abbia il suo personale miglior modo per essere raccontata, e troverei il fatto di piegarle tutte ad una sola cifra stilistica mortificante, data anche la natura diametralmente opposta delle mie creazioni.
Spazio con finta nonchalance da un umorismo cinico e nonsense a un tipo di narrazione più intima, introspettiva o canonicamente avventurosa, da racconto di formazione.
Mi piace dipingere ritratti ad acquerello tanto quanto mi piace usare la china per delineare i miei personaggi preferiti di film, fumetti, libri e quant’altro.
Mi piace pensare che, anche se cambio spesso tecnica e segno, i miei lavori abbiamo comunque come punto in comunque la mia sensibilità, facendo essenzialmente di questa la mia vera cifra stilistica.
La tecnica si impara con sacrificio ed esercizio, la sensibilità è dentro di noi da sempre, è il nostro vero fattore di unicità. 
 
Quali strumenti prediligi per le tue opere? digitali o l’analogici?
Come chiedere se voglio più bene a mamma o a papà! Eheh, direi che mi piacciono ed utilizzo entrambi, magari dipende molto dal periodo e dal lavoro che devo affrontare. Ad esempio quest’anno ho dipinto tantissimo ad acquerello, lasciando un po’ perdere la tavoletta grafica, con cui ho lavorato invece moltissimo negli anni precedenti. Negli ultimi giorni ho un attimo posato i pennelli e mi sono rimesso a lavorare in digitale, perchè è lo strumento migliore per fare quello che sto facendo (concettualizzare creature aliene).
In linea di massima, i miei strumenti sono: Photoshop, con la mia fidata cintiq 22′, Acquerelli, matite colorate, grafite e inchiostro di china. Ma scoprire e provare nuove tecniche, come già ho detto, è una cosa che mi entusiasma, adesso per esempio mi sto lentamente e timidamente approcciando alla pittura a olio e mi sembra un altro mondo particolarmente interessante da esplorare
 
E invece, per i soggetti della tua arte preferisci ricreare il reale o inventare il fantastico? 
Mi piace partire da qualcosa di reale, che però fondamentalmente sono le cose che provo, le mie paure, le mie speranze, le suggestioni della mia infanzia che mi hanno reso ciò che sono ora. Sono reali, anche se nascoste dentro di me, e connesse al mondo che mi circonda, ma quello che mi piace fare successivamente è decontestualizzarle e inserirle nell’ottica di un racconto di genere.
Per esempio ho scritto una storia che parla del divorzio dei miei genitori e del rapporto con mia madre che però è una storia d’azione quasi supereroistica. Oppure un fantasy storico e oscuro che però parla di un ragazzino che cresce in un posto in cui si sente un reietto, e ha solo voglia di trovare la sua strada altrove. In questi casi, scrivere diventa anche un modo per scrutarsi dentro, e rendersi conto di quali sono state le cose a segnarci di più, semplicemente riconoscendole nell’intreccio di una trama che, comunque, deve sempre divertire e/o appassionare da un punto di vista narrativo.
Ci sono delle volte, rare, in cui a ispirarmi è direttamente la nostra realtà sociale, fatti di cronaca di cui entro a conoscenza o tematiche che sento particolarmente vicine alla mia sensibilità, come l’intolleranza, l’ingiustizia, il degrado culturale. Ma non mi piace l’idea di commentarle ponendomi su un piedistallo e andando a caccia di consensi facili, lo faccio solo quando sento che un’idea mi sta esplodendo nel petto.

Essenzialmente comunque sono più tipo da mondo onirico che da paesaggio urbano.

Quali sono le tue influenze artistiche? Da chi ti fai ispirare? Musica, libri, pittori, persone..
 
Nella mia vita ho letto tanto (soprattutto fumetti da qualche anno a questa parte), visto tanti film e ascoltato tanta musica (che è un elemento fondamentale nella mia vita, artistica e non).
Mi faccio ispirare da questo calderone bollente di suggestioni che è perennemente sulla brace scoppiettante della mia mente, ma certamente posso fare una piccola lista di cose e autori che mi hanno segnato nel corso della mia formazione, fino ad ora:
la trilogia cinematografica del Signore Degli Anelli, il lavoro sul folklore irlandese e bretone di Alan Lee e Brian Froud, le saghe a fumetti di Cortomaltese, Hellboy, Bone e Ratman (rispettivamente dei maestri Hugo Pratt, Mike Mignola, Jeff Smith e Leo Ortolani), la musica di Bon Iver e di tutto il filone indie-folk che si è sviluppato negli ultimi anni tra Europa e Australia.
Il premio nobel Albert Camus è stato sicuramente lo scrittore che mi ha cambiato la vita più di ogni altro. C’è l’eco della sua poetica in molte delle cose che penso e realizzo.
Adoro anche la prosa asciutta e spietata di Cormac McCarthy e il cinema intenso, naif ed estetico di Wes Anderson.
Mi piacciono molto e spesso mi ispirano le opere di Guaguin, Klimt e Hopper.
E, non ultimi, alcuni degli artisti che ho avuto e sto avendo la fortuna di trovarmi accanto come professori e mentori nel mio percorso di specializzazione.
 
Come definiresti la tua arte? 
La mia arte è… libera e indisciplinata. Costantemente alla ricerca della suggestione, più che della forma. Non mi interessa nulla di far vedere al mondo quanto sono bravo a disegnare, la mia missione è riuscire a incastonare nelle mie opere (che siano queste storie a fumetti, vignette, illustrazioni o quadri) un pezzettino di emozione, in modo che possa essere raccolto e rielaborato da chi ne sta fruendo, dal pubblico invisibile a cui penso mentre disegno. Per me è questo l’arte:  una trasmissione emotiva, non una cosa fisica; è l’effetto che ha l’opera su chi ne fruisce, non l’opera stessa.
Voglio trasmettere emozioni, senza per forza dover affermare il mio ego con dimostrazioni di virtuosismo.
La mia arte è sincera, nella maggior parte delle occasioni. Ma è anche un frutto che, probabilmente, a miei occhi sembrerà sempre un po’ acerbo, e mi spingerà a scontrarmi con i miei limiti fino al mio ultimo giorno su questo mondo bellissimo e complicato. 
 
Tre illustratori da segnalarci?

Lorenzo Colangeli
Giordano Saviotti 
Mirko Milone 

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