L’alfabeto “Philip Roth”

philip roth

Classe 1933, Philip Roth nasce a Newark (New Jersey) da una famiglia della piccola borghesia ebraica di origine galiziana. Dopo la laurea ed un master in letteratura anglosassone presso la Chicago University si dedica all’insegnamento universitario, fino a quando nel 1991 decide di scrivere a tempo pieno.

L’esordio letterario avviene nel 1958 con la short story La persona che sono pubblicata sul The New Yorker; l’anno successivo esce la raccolta di racconti Addio, Columbus, con cui conquista un posto di grande interesse nel panorama letterario e grande attesa ad ogni titolo. Pubblicato nel 1969, Il lamento di Portnoy diviene immediatamente un caso, criticato e al contempo reso celebre anche in virtù delle scurrilità narrate, poiché racconta in modo ossessivo ed esplicito la tragicomica conquista del piacere solitario che il trentenne ebreo Alexander Portnoy destina al proprio psicanalista – interlocutore silenzioso fino all’ultima pagina. Nel 1981 esce Zuckerman scatenato, in cui il protagonista alter – ego dell’autore è incapace di godersi il successo. Il teatro di Sabbath del 1995 narra invece delle visioni tra passato e presente del protagonista Mickey Sabbath, spirito anticonformista e provocatore, nella puritana società newyorkese degli anni ’50. Nel 1997 con la pubblicazione di  Pastorale Americana egli offre uno realistico affresco della società americana, affrontando apertamente temi politico – sociali. Questo romanzo segna l’apice del successo di Roth, che l’anno successivo si aggiudica il Premio Pulitzer per la Narrativa.

L’unica ossessione che vogliono tutti: l'”amore”. Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due

Primo capitolo di una trilogia, gli seguono Ho sposato un comunista (in cui l’autore presenta un feroce ritratto della seconda moglie Claire Bloom) e La macchia umana, dove Roth compie l’ultimo atto della sua crociata contro il “politically correct”. Dopo l’uscita del romanzo Indignazione nel 2008, ritenendo che fosse “piuttosto riuscito” in ciò che aveva regalato al mondo e senza rinnegare il passato, nel 2012 l’autore decide di non scrivere più, pochi mesi dopo aver terminato Nemesi.  Scomparso solo la scorsa settimana, egli è stato uno dei più noti e premiati scrittori statunitensi della sua generazione e considerato tra i più importanti romanzieri ebrei di lingua inglese, tradizione che annovera tra gli altri Henry Roth, E. L. Doctorow, Bernard Malamud, Paul Auster e Saul Bellow. Quest’ultimo ci presenta un ritratto lucido dell’autore affermando in Troppe cose a cui pensare che “A differenza dei tanti, fra noi, che sono venuti al mondo urlando, ciechi e nudi, Philip Roth è apparso in scena con unghie, capelli e denti formati, e già capace di esprimersi con coerenza”. Schivo, ostinato e mai sazio d’interrogarsi sulle contraddizioni della società americana, è l’unico scrittore americano la cui opera sia stata pubblicata in forma completa e definitiva dalla Library of America mentre era in vita. Più volte candidato alla vittoria del Nobel, non se lo è mai tuttavia – ingiustamente – aggiudicato.

Philip Roth architetta senza incanto ed indugio un’intera comunità di personaggi sulla base di tipi umani che si muovono scalpitanti e nevrotici nella peculiarità della loro condizione ebraica, tracciando soprattutto le trame della società americana di oggi nelle sue contraddizioni e spietatezze. La franchezza brutale – a tratti spiazzante ed imbarazzante – della sua prosa quotidiana, colta e spiritosa ora affronta ora si scontra con la ricerca di un’identità personale da parte dei suoi alter – ego; il rapporto conflittuale che questi intrattengono con le donne, il sesso esplicito e tragicomico, il corpo umano nella sua forza e fragilità, il rapporto tra religione e morale costituiscono le fondamenta del cosmo di questi antieroi contemporanei che l’autore ci racconta, divertito quasi, con una forte carica espressiva, ironica e grottesca. Se dunque in Operazione Shylock egli afferma che “Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile”, tutto ciò che ereditiamo è leggere ed imparare questo tagliente e disarmante alfabeto rothiano.

Per gentile concessione dell’autrice Maria Letizia Perrini e della rivista Passaporto Nansen.

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