L’Africa tra giornalismo e narrativa. “Dove volano gli asini” di Federica Fusco

Intervista a Federica Fusco, autrice del libro “Dove volano gli asini”. Storie d’Africa tra cronaca giornalistica e fantasia, tra jazz e fotografia.

Tutto nasce da un lavoro che diventa un viaggio, da un viaggio che diventa un’avventura. Un’avventura vissuta e scritta, che aumenta la sua portata parola dopo parola, che lascia spazio all’immaginazione per ricamare storie, intrecciare fili narrativi, cucire trame. Quest’avventura ha il sapore d’Africa, di fantasia ed impegno sociale e si trova nel libro d’esordio della giornalista Federica Fusco: Dove volano gli asini.

Un libro in cui il giornalismo si arricchisce dell’emozione dell’immaginato, in cui la cronaca si unisce alla narrativa. Dove volano gli asini, infatti, non è un diario di bordo, né un semplice resoconto. È un libro fuori dal comune che in un centinaio di pagine permette di sviluppare immagini, mettere a fuoco colori, ascoltare suoni, testare sapori.

Edito a fine novembre dalla casa editrice abruzzese Il ViandanteDove volano gli asini inaugura la collana Libera. Questo il commento dell’editore, Arturo Bernava: “Sono molto orgoglioso di aver pubblicato un libro che rompe i soliti schemi. Un libro coraggioso, la cui musicalità permea le corde del lettore e lo cattura sino all’ultima pagina”.

L’intervista all’autrice:

“Dove volano gli asini” è il tuo libro d’esordio. Un libro sospeso tra il giornalismo e la letteratura di viaggio, tra vero e verosimile, tra realtà e sogno. Come nasce l’idea di unire cronaca e narrativa? 

Cominciamo col dire (dire!) che dare spazio al non-visto, al non-vero, al non-verificato è stato davvero emozionante. Poter andare oltre la deontologia professionale (dei giornalisti) e superare “la verità sostanziale dei fatti”, anche semplicemente inventando il nome di un personaggio, mi ha fatto divertire. Ho provato un inebriante senso di libertà! Ma devo confessare che la macchina l’ha messa in moto uno sconosciuto, che ho incontrato casualmente in un bar di Roma, in piazza della Repubblica. Ero con un altro scrittore, Paolo Di Paolo. Ad un certo punto entra un ragazzo che si dirige verso di noi. Avevo messo le foto del mio viaggio sul tavolino (benefici del cartaceo). Lui le vede e fa: “Parti da qui e poi inventa”. Basta. Non sapeva niente del libro che avevo in mente, né di chi fossi. Però ha colto nel segno. Ho deciso di seguire il suo suggerimento, dal sapore profetico, sotto lo sguardo incredulo di Paolo. È proprio vero che “la vita è l’arte dell’incontro” come mi disse un giorno Vinicio Capossella parlando di Vinicio De Moraes.  

Un libro fuori da ogni schema, anche nella trattazione dell’Africa che perde il consueto pietismo per essere raccontata con i colori, i sapori, la musica che la rendono unica. Qual è l’aspetto del continente che ha catturato inaspettatamente la tua curiosità e che hai voluto riportare nel tuo libro?

Intanto bisogna specificare che esistono tante Afriche. Non ce n’è una sola. Quello che vedi in Gabon, non è quello che puoi vedere in Mozambico o in Kenya. Ma è pur vero che c’è un comune denominatore. È la voglia di vivere, di andare avanti. O almeno quella forza, a suo modo calma e tenace, che un occidentale come me decodifica come forza di vivere. In effetti, come scrivo anche nel libro, “c’è così tanta voglia di vita da queste parti e tanta speranza. Nessuno ha ancora capito dove vadano a prenderla ogni volta” (pag. 19) ed è proprio questo l’aspetto che più mi ha colpito. 
Molti, tra donne e uomini, vivono ancora senza corrente elettrica, non hanno l’acqua potabile a portata di mano, per fare due esempi, eppure sembrano in pace con il mondo. Forse è saggia accettazione, forse non sanno cosa c’è a qualche ora di aereo di distanza. O forse non ho capito niente io… Credo che non lo sapremo mai di preciso. 

Musica. Non solo per la tua scrittura, il tuo libro è musicale anche per le note di copertina del talentuoso Fabrizio Bosso e per il racconto di un concerto. La musica ha caratterizzato il tuo viaggio, ci spieghi in che modo?

Grazie, ho sempre sognato scrivere in modo musicale! Il ritmo è tutto, anche nelle nostre giornate, nel lavoro, persino quando uno va in ferie e tutto si rallenta, c’è sempre un ritmo di base che ci tiene accesi. Quanto alla musica in questo viaggio: ci sono stati due concerti, di Fabrizio Bosso e Luciano Biondini (coinvolti come testimonial). In particolare il secondo ha rappresentato la benedizione artistica della nuova scuola di Agamsa, tirata su grazie ad un’iniziativa di solidarietà e ai fondi raccolti. È stato bello vedere come questi due jazzisti, tromba e fisarmonica, bravissimi, si siano inseriti perfettamente con alcuni musicisti locali, dando vita ad una bellissima festa di inaugurazione e confermando che la musica è davvero un linguaggio universale. 

Fotografia. All’interno del libro si possono trovare delle fotografie che il lettore più attento può collegare con alcuni dei capitoli da te scritti. Su chi o cosa si è soffermata la tua attenzione?

Sulle persone prima e sui paesaggi poi. Ma molto lo devo al fatto che mi piace fotografare di tutto. E credo di avere anche un buon occhio. Però sono una frana dal punto di vista tecnico. A dirla tutta, non ci capisco un tubo! Esposizione, iso, diaframma. Parole vuote. Uso solo lo zoom se voglio avvicinarmi ad un soggetto e poi scatto. Pensando prima un attimo a cosa voglio ottenere. Questo si. Ho come l’impressione che le foto se ne accorgano, vengono meglio se le dedichi quel minuto in più. Non sempre però, ho imparato dai fotoreporter che puoi giocarti una storia in un istante. 

In che misura musica e immagini d’Africa hanno contribuito a scatenare la tua fantasia?

Il processo creativo si è messo in moto molto tempo dopo il rientro, anni dopo. L’esperienza vissuta è stata talmente forte che non si scoloriva, sentivo il bisogno di leggerezza e di condivisione. Così ho iniziato ad abbozzare due frasi al computer, a riordinare certi appunti e a ricostruire il viaggio sviluppando gli intrecci narrativi. Le foto mi sono state utili per rivivere certe scene… Idem la musica, mentre scrivevo riascoltavo i video che ho sul cellulare e il disco Face to Face (appunto di Bosso/Biondini).

La tua avventura nasce da un lavoro. Eri in Africa come addetta stampa della Progetto Etiopia Onlus Lanciano. Di cosa si tratta? 

È il nome di una associazione guidata da Angelo Rosato. Un uomo dalle mille risorse, che non si ferma mai. Ci siamo conosciuti in Abruzzo al Teatro Fenaroli, quando era in corso la stagione concertistica da lui organizzata (un’altra delle sue attività). Via via abbiamo iniziato a lavorare insieme anche per la onlus e per le relative missioni e ne sono molto contenta. 
I progetti principali ad oggi sono la costruzione di scuole in muratura nei villaggi etiopi (dove di solito ci sono delle scuole di paglia e fango) e la realizzazione di pozzi per l’acqua. Da poco si è sviluppata anche una costola dell’associazione dedicata alla salute.

Elisa Toma

Lascia un commento