La zanzara muta: la rivincita della vecchiaia sulla cronicità della vita

la zanzara muta

«Intervista a Gianfranco Spinazzi, autore del libro La zanzara muta. Dallo scontro dei due anziani protagonisti alla necessità di comprendere e capire. Nel romanzo la senilità è descritta con un nuovo punto di vista e il cambiamento può avvenire anche dentro chi ha troppe rughe in volto e dolori nelle ossa»

[…] Il tarlo cervellotico del settantenne non concedeva tregua ai dubbi e ai tormenti. La congestione di immaginario e reale affossava ogni tentativo di mediazione razionale. Quando si trattava di frenare gli ingorghi dei pensieri, era difficile per lui operare tagli e distanze, cedeva alla libertà che avrebbe dovuto conciliarlo con sé stesso.

(La zanzara muta, Gianfranco Spinazzi)

Il riscatto da una malconsigliata giovinezza, un conflitto tra due anziani protagonisti e la necessità di affrancare la vecchiaia dalla cronicità della vita. Trovare la forza per azzuffarsi, ondeggiati dai ritmi pressanti dell’esistenza, con la rabbia che scatenano i sogni infranti. Due personaggi che si ritrovano ad essere l’uno lo specchio in cui l’altro riflette le proprie illusioni e in cui notare i propri ingorghi mentali. La senilità è il tempo dei riscontri e dei bilanci e ne “La zanzara muta”, l’ultimo romanzo di Gianfranco Spinazzi, questo tempo della vita si dirama davanti al lettore in nuove e poco convenzionali prospettive. La senilità si fa creativa, nel bene e nel male. Al senso di vacuità si sostituisce quello della rinascita, al pensiero che sia ormai troppo tardi, la determinazione che nuovi inizi siano sempre possibili, così come nuovi slanci, nuove energie. Un romanzo intelligente e ironico, una lucida riflessione sulla solitudine e sui dolori e rimpianti che la vecchiaia porta con sé, ma anche un’originale storia in cui a farsi protagonista è la mente con le sue molteplici e talvolta paradossali sfumature.

Il libro di Spinazzi insegna che la tranquillità interiore va conquistata, che l’incontro e lo scontro con ciò che ci circonda può essere un modo sempre nuovo per ripercorrere la propria vita e analizzare la complessità della natura umana, anche per chi ha troppe rughe in volto e una somma indefinibile di dolori nelle ossa.

Intervista all’autore:

“La zanzara muta” è il titolo del suo ultimo romanzo e rappresenta la metafora di cosa?

La rivincita della vecchiaia sulla cronicità della vita. Il vecchio riscatta la giovinezza mal spesa con la novità del paradosso. L’astrazione vince la frustrata concretezza. La metafora dell’onnipotenza del pensiero. L’ossimoro come privilegio della prolificità mentale (vince la letteratura).

La trama si articola intorno l’incontro / scontro dei due vecchi protagonisti. Quanto è determinante la loro collisione come chiave di lettura per comprendere l’esistenza umana e il suo modificarsi nel tempo? 

È umano scontrarsi dopo un gesto insensato. Dopo che un uomo ha compiuto un gesto estremo senza però portarlo a termine, e un altro uomo ha subito l’ insensatezza e l’incompletezza, è ragionevole aspettarsi una spiegazione. Ma quando gli uomini sono vecchi valgono più i simboli, di spiegazioni ne hanno già sofferte molte. Colpe e rimpianti formano il materiale di cui son fatti gli uomini, e quando questi sono al tramonto della vita bene e male trascendono pertinenze e attinenze specifiche e si fanno simbolo e antologia. I due vecchi insensati a modo loro ristabiliscono una sorta di età classica in cui vale solo la rappresentazione.

Quanto i ricordi influenzano la vita dei protagonisti?

I ricordi cercano di ribaltare il passato nell’energia del presente. Non c’è solo espiazione nei loro ricordi, ma pure un tentativo di compensazione: rendersi protagonisti della loro vita sprecata. Sono due autori e attori. Il gesto di uccidere senza uccidere in un caso, nell’altro il pensiero di uccidere in massa, sono scene riabilitative, energia e rappresentazione vitale. La brutale comunicazione verbale li accomuna ai vecchi satrapi del bosco che eruttano assiomi di personale e stravagante saggezza. Ricordano in coppia, loro che in passato non sono stati capaci di fondersi nelle rispettive mogli.

Attraverso questo libro lei riesce a donare alla senilità nuove prospettive. Dove vuole spingere il lettore?

La prospettiva è quella del racconto. Non so se sono riuscito nell’intento, ma con questo romanzo ho tentato un po’ di rappresentare la sinopia della letteratura. La sinopia, appunto, non l’aperta rappresentazione e dimostrazione. La prospettiva è la senilità creativa, nel bene e nel male. Dietro la diretta comunicazione e condivisione di parole ho cercato di porre l’accento al “non detto”, e al “dire” sconclusionato. I due vecchi finiscono col parlare come due iniziati. Intitolare la seconda parte “Secondo assassino” è una maniera forte, formalmente arbitraria per spingere il lettore a leggere senza preclusioni di forma e contenuto, magari trarlo appena un po’ in inganno facendo intendere che si tratti pure di una trama gialla. Altro intento ambizioso: fare dell’ironia.

Un aspetto che colpisce del libro “La zanzara muta” è il continuo “panta rei”, la possibilità di cambiamento. Nuovi inizi sono sempre possibili?

Tutto scorre, certo, rimane da stabilire se scorrendo pure si imbriglia. Il fiume di Eraclito non sarà stato certo semplice, né tanto meno il serpente che si morde la coda. Mettiamola così: uno si immerge nelle acque del fiume una sola volta, come dice il filosofo greco, ma in quell’unica volta gira continuamene su se stesso e si morde la coda. Resterebbe da stabilire se uno si immerge nudo o coperto dagli abiti. Nel mio romanzo i bagnanti sono due, non è detto che uno non morda la coda dell’altro. Scrivendo pensavo spesso a Bouvard e Pécuchet: vestiti di tutto punto, ma desiderosi di rinascere nudi mondati dal peccato della sopravvivenza.

Un’idea relativa alla senilità, nell’immaginario collettivo o almeno nel mio, è collegata alla tranquillità interiore. Invece, per i due protagonisti non è così. lei scrive: “il settantenne non concedeva tregua ai dubbi e tormenti”. Cosa frena i protagonisti a conciliarsi con loro stessi?

La tranquillità interiore bisogna meritarla. I due vecchi si sentono troppo colpevoli per arrogarsi questo merito. Nella forma sensata dei loro pensieri e ricordi non nascondono di non aver saputo amare o aver amato male. Conciliarsi con se stessi non credo sia possibile se nel programma riabilitativo non entra pure qualche altro essere umano. Mogli, figli, amici, non rappresentano in questo caso fonte di tranquillità. I due vecchi invocano l’innocenza (la maniera sproporzionata con cui lo fanno è la misura della loro colpevolezza), e chi se non l’incontaminabilità di un gatto, un cane, un coniglio, una lucertola, un topolino può garantirla? La purezza  spetta solo a loro. Un essere bilioso come Paperino resta pur sempre puro.

Perché un giovane dovrebbe leggere questo libro?

Una domanda imbarazzante per me, che non sono giovane. Dovrei saper stabilire l’età del lettore giovane: 20, 30, 40 anni? Qualsiasi risposta rischia il pregiudizio. Il mio, come quasi tutti i romanzi, è un libro adulto, è scritto però da un vecchio e ha per soggetti altri vecchi. Certo, non è un libro che può interessare all’unilaterale lettore di “gialli”, ma non è detto che i giovani leggano solo i “gialli”. In questo caso mi verrebbe da indicare al lettore giovane la “forma” con cui ho scritto il mio romanzo. In poche parole dire: ‘Ho cercato di scrivere in un certo modo, guarda se può interessarti indipendentemente dal tema trattato, guarda alle parole e alla loro composizione. Guarda se puoi ricavare qualcosa dal tentativo di fare letteratura’. Riuscito o non riuscito che sia.

La senilità, come nell’interpretazione di Svevo, è anche l’incapacità di affrontare la propria vita, lasciandosi sopraffare dall’indecisione e dall’inerzia, chiudendosi nei ricordi, in uno stato di vecchiaia spirituale. Crede che ci sia una soluzione a questo?

La vecchiaia spirituale credo possa essere una soluzione, se non è pura tautologia (che resta la vecchio se non lo spirito?). Svevo è stato maestro nel trattare il tema del senile mal di vivere. Indecisione e inerzia: due stati di vecchiaia, certo, ci si blocca non avendo la forza di far seguire i fatti alla decisione, si ha paura di “eseguire”. La decisione è il puro pensiero, fermarsi a pensare senza pretendere che al pensiero segua nessun tipo di azione. In tutto ciò bisognerebbe saper regolare i ricordi e scartare quelli che fanno troppo male e inquinano il pensiero. Bisognerebbe pensare solo il bene. Quale la soluzione? Quella indicata da Pirandello? Scrivere la vita anziché viverla? È possibile “scrivere” solo metaforicamente? Il pensare figurato potrebbe essere una soluzione. In vecchiaia forse si può fare: vedersi e trattarsi in terza persona. Farsi romanzo (usare il corsivo).

Ci sono degli aspetti della giovinezza che ha perso con contentezza e altri della maturità che ha acquisito con altrettanta contentezza? 

Altra domanda imbarazzante. Dovrei poter dire che invecchiando si migliora. Non so se posso farlo, o almeno se posso farlo adottando una univoca misura. Se penso alla mia vita devo escludere in me la precocità, quindi sono maturato lentamente e solo ora che sono vecchio posso dire che ho smesso di disperdermi. Questo significa che rispetto a un tempo so quello che non devo e non voglio fare. Questa rassicurante consapevolezza e conquistata identità ha il suo rovescio: so ciò che vorrei fare e non sono capace di fare. Non mi disperdo ma continuo a perdere, e rispetto alla giovinezza non c’è la prospettiva del rimedio. Da vecchio non ho acquisito unità, a maggior ragione resto un individuo diviso.

Qual è il messaggio principale che vorrebbe che questo libro lasciasse ai lettori?

Più interpretazione e meno omologazione.

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