Un dizionario urbano ripercorre La Roma di Pasolini

La roma di Pasolini

«Intervista a Dario Pontuale, autore del libro La Roma di Pasolini per ripercorrere le tracce del grande intellettuale nella capitale, cornice  delle sue multiformi narrazioni, tra cinema, poesia e letteratura»

Non illuderti: la passione non ottiene mai perdono. Non ti perdono neanch’io, che vivo di passione.

Pier Paolo Pasolini

Immergersi nella Roma di Pasolini, sentire i vicoli riecheggiare delle urla dalla gente che terminano le parole con un accento, guardare i panni stesi ai balconi, vedere i paesaggi preindustriali delle borgate, i profumi delle botteghe, l’essenzialità e la durezza della vita fuori dal centro. La Roma di Paolini è un groviglio di storie esistenziali di fatica e sopravvivenza, è un prato in cui, con un pallone, smaltire i pensieri, è la voce degli ultimi che altrimenti non avrebbero avuto voce, è dove si muovono “i ragazzi di vita”.

La Roma di Pasolini di Dario Pontuale, edito da Nova Delphi Libri, è un dizionario urbano essenziale, ordinato e completo. È ripercorrere, dalla A di “Accattone” alla V di “Valle Giulia”, i luoghi della capitale che Pasolini ha amato, quelli che ha descritto in prosa, poesia e filmato. Una guida ragionata attraverso cui poter tracciare una mappa e consultarla in ordine alfabetico, a salti, partendo da qualsiasi pagina, da qualsiasi lemma.

Il libro di Pontuale aiuta a definire il rapporto, lungo e spesso contrastato, tra Pasolini e la città fin dal primo incontro con essa, il 28 gennaio 1950 sui binari della stazione Termini. Porta a riscoprire, con la precisione del dizionario, dettagli nascosti di Roma diventati ibridi di passato e presente, cambiamenti e resistenze. Questo libro aiuta perfino a ricordare l’amore per Roma da parte di chi qui ci è nato e da chi, come Pasolini, come me, è un figlio adottivo di questa “stupenda e misera città.”

Come nasce l’idea di questo libro e della sua particolare impostazione che lo rende unico?

Non volevo fare il libro classico ed ho pensato che scriverlo come un dizionario urbano lo avrebbe reso più elastico e avrebbe reso anche la consultazione più veloce. I lettori, infatti, possono leggere il libro in maniera più dinamica perché in realtà non c’è un vero ordine. C’è chi sceglie di leggerlo in ordine alfabetico, chi lo legge partendo dal suo quartiere o da una zona che conosce. È un approccio diverso, non consequenziale.

Che rapporto hai con Roma? E con Pasolini?

Ho un legame fortissimo. Sono nato e cresciuto a Roma. Vivo in questo quartiere che è spesso citato da Pasolini (zona Marconi). Questa zona era molto frequentata da Pasolini, quindi spesso ho avuto il piacere di parlare con chi ha avuto la possibilità di conoscerlo. C’è tanta Roma anche nei film di Pasolini: zona Marconi, il Trullo, la Borgata Pretelli, la Roma Fiumicino. È un autore che ho sempre sentito molto vicino anche perché, come critico letterario e scrittore, ho apprezzato sempre il suo carattere ‘preveggente’.

 

Come era la Roma di Pasolini?

La Roma di Pasolini era estremamente diversa, divisa in maniera molto netta. C’era la classe medio borghese che abitava al centro, poi il resto, il sottoproletariato, quelli delle borgate, gli sfollati, gli sbaraccati. Loro rappresentavano il mondo che Pasolini amava, che sentiva suo. Anzi, che non sentiva suo perché lui proveniva da un altro tipo di estrazione, quella piccolo-borghese, ma di cui era attratto e che, infatti, ha raccontato in film, poesie, articoli, romanzi …e in ogni cosa.

Fino a quel momento ‘gli ultimi’ che Pasolini ha raccontato tra giornalismo, letteratura e poesia, erano esclusi dal discorso culturale. Qual era il suo intento?

Li ha raccontati in maniera completa e totalizzante. Ha saputo entrare nella loro dinamica, nella loro vita, nel loro modo di pensare, di parlare, di vivere. Li ha raccontati nei minimi dettagli. Ha realizzato una fotografia esatta di questo spaccato. Molti richiamano l’opera di Pasolini al genere cinematografico del Neorealismo, in realtà non è così e lui stesso lo scrive e lo ribadisce: l’opera di Pasolini è un’opera che mira ai problemi sociali e al sistema sociale.

Attraverso le sue opere, Pasolini ha saputo accrescere la dignità del sottoproletariato…

Ha provato a difenderlo da quella che era la globalizzazione del linguaggio, del costume, dello status, da quell’idea di vita nuova che stava portando la televisione ma che nascondeva una precisa dinamica culturale, governata, però purtroppo, da un pensiero omologante, quello della classe borghese che Pasolini ha cercato di smascherare.

Probabilmente il termine sottoproletariato non si usa più, ciò non toglie che esista ancora uno strato di popolazione disagiato ed escluso. Oggi è rimasto senza voce?

Nel cinema penso ci sia riuscito un suo erede, Caligari. Con L’odore della notte, Amore tossico, Non essere cattivo, ambientato ad Ostia, il regista è riuscito a raccontare il sottoproletariato degli anni ’70, ’80, ’90. Credo, poi, che ad oggi manchi la figura dell’intellettuale, cioè chi interpreta la realtà in maniera estremamente leale, onesta. Oggi nessuno prende posizione. Pasolini, ad esempio, pur essendo un uomo di sinistra ha sempre contestato la sinistra e il partito comunista dell’epoca. Oggi manca quella purezza di pensiero, quell’onestà di parlare sapendo di essere in controtendenza.

Dalla A alla V. Come mai non c’è la Z?

Mi fermo a “Valle Giulia”, non so perché, ma non ho trovato niente (ride). I lemmi poi sono tanti, 120.

Questo libro, come dicevi, si può leggere a salti, in ordine alfabetico o concettualmente. L’Idroscalo di Ostia, infatti, viene descritto quasi all’inizio. Scrivi che Pasolini non temeva la morte ma il futuro, perché?

In realtà Pasolini arriva 30-40 anni prima a prevedere quella che sarà la trasformazione dell’Italia nelle abitudini, nei costumi, nelle leggi. È impressionante leggere alcuni passi di Pasolini e poi vedere la data che riportano. Sono articoli e pagine di grande attualità ma risalgono a quasi mezzo secolo fa. Pasolini aveva la caratteristica degli intellettuali veri, cioè di chi interpreta la realtà e prevedere il futuro.

Oltre ai luoghi, alcuni lemmi sono dedicati a dei personaggi: Fellini, Totò, Guttuso, Penna. Qual è la connessione tra questi nomi e Pasolini?

Tutti gli amici di Pasolini e le sue frequentazioni. La Morante, Moravia ma anche amicizie non intellettuali, ad esempio Ninetto Davoli. Pasolini non aveva vie di mezzo: o frequentava gli intellettuali o il sottoproletariato. Questo è anche il potere di Pasolini, agli estremi e mai nel mezzo.

Un lemma di questo dizionario urbano è dedicato ai “Campetti di Pallone”. Pasolini ha dato valore al calcio popolare, soprattutto durante le partite con i ragazzi di borgata.

C’è differenza tra giocare a calcio e a giocare a pallone. Il pallone è la forma base del calcio. Pasolini era un grande sportivo, un grande tifoso del Bologna. Vedeva nello sport la forma di lealtà che inseguiva. Giocando con i ragazzi nelle borgate, nei prati, ritrovava la sua infantilità che, alle volte, nascondeva ma che nel gioco, inevitabilmente, veniva fuori. Pasolini vedeva il calcio come un rito, lo diceva espressamente: “è l’ultimo rito pagano della società”, anche più dei riti religiosi. Il suo amore per il calcio era sincero, disinteressato.

Anche il ruolo, ala destra, ci dice molto sul calciatore/scrittore: corsa, resistenza, sacrificio. È così?

Sì, la forza, la velocità, l’azione e anche la poca gloria.  L’ala destra è un ruolo di continuo movimento. Il ruolo è emblematico, Pasolini era sempre in movimento.

Roma ha cambiato Pasolini o indipendentemente dalla città sarebbe rimasto chi era?

Pasolini sarebbe rimasto quello che era. Certamente Roma ha offerto a Pasolini molti spunti di riflessione. Dopo la fuga da Casarsa, ha trovato un altro tipo di purezza, quella dei contadini che conosceva e quella del sottoproletariato. Roma dà a Pasolini gli spunti e gli scenari per scrivere, per i suoi film, per le sue riflessioni. La frase che spiega meglio il rapporto tra Pasolini e Roma/ Roma e Pasolini è quella fatidica “stupenda e misera città”.

 

Elisa Toma

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