Dolce, rivoluzionaria, unica: Monica Vitti, l’antidiva del cinema italiano

«Un omaggio ad un’attrice unica che è riuscita a essere sintesi delle due anime, troppo spesso in contrasto del cinema italiano: quella d’autore e quella della grande commedia. A conclusione della mostra La dolce Vitti, l’intervista al curatore Stefano Stefanutto Rosa»

La sua voce roca, singolare, così controcorrente rispetto ai canoni dello spettacolo del tempo, era un suo segno distintivo. Roca ma riconoscibile, rassicurante. Monica Vitti è forse l’ultima grandissima diva del nostro grande schermo. È diventata icona, mito, un mito riservato e non chissassoso, forse anche perché il sistema culturale italiano non ha dato il giusto riconoscimento al suo grande talento invidiato, invece, a livello internazionale.

Moderna, rivoluzionaria, ironica, dolce e attrice unica. Unica perché, come mi dice Stefano Stefanutto Rosa, curatore della mostra La Dolce Vitti, tenutasi a Roma, nessun’altra interprete è riuscita come lei a unire due anime diverse del nostro cinema: quella d’autore e la grande Commedia Italiana.

“Nella mia vita non sono mancate le lacrime: lacrime copiose e liberatrici, lacrime di tristezza, di sconforto, di solitudine, di stanchezza. Si, ho riso e pianto molto.”

Non è per nulla scontato. Il cinema d’autore, quello impegnato, concettuale, attento al linguaggio è sempre stato in contrasto con il cinema popolare, quello dell’ilarità e della leggerezza. Un grande merito della Vitti è stato quello di abbattere il muro di separazione tra i due generi, arricchendo entrambi con le sue interpretazioni. Questo dimostra la trasversalità di Monica Vitti che con la sua bravura è riuscita ad essere brillante in personaggi diversissimi tra loro. Non solo, è stata artefice dell’arte cinematografica e non solo interprete. È stata autrice, regista ed aveva il dono dell’ironia che le ha permesso di brillare, con la raffinatezza che l’ha sempre contraddistinta, anche in teatro e in televisione.

E se il mondo della cultura italiana sembra averla trascurata dal momento in cui si è ritirata dalle scene, c’è una magia che la Vitti è riuscita a fare al cinema e al grande pubblico: continua ad essere l’attrice che suscita maggiore simpatia e commozione in chi la ricorda, in chi vede i suoi film, o anche solo le sue fotografie.

“Il segreto della mia comicità? La ribellione di fronte all’angoscia, alla tristezza e alla malinconia della vita.”

La Dolce Vitti, organizzata dall’Istituto Luce, è stata un’esposizione immersiva, dai primi anni della formazione al Teatro, dal doppiaggio al Cinema, dalla musa di Antonioni alla regina della commedia, dalla televisione ai suoi film d’autrice. Roma è tornata ad omaggiare la grande artista italiana, la più dolce del nostro immaginario. In occasione della mostra ho avuto modo di intervistare il curatore Stefano Stefanutto Rosa:

Perché una mostra dedicata a Monica Vitti?

Monica Vitti è una tra le più grandi attrici italiane, ha rappresentato la sintesi tra cinema d’autore e cinema della grande commedia italiana. Oggi però, è un po’ dimenticata, un po’ trascurata. Non è trascurata dal suo pubblico, infatti, è sempre nel cuore di tanta gente che ama il cinema- non solo d’autore ma anche popolare-, ma da un sistema culturale che sembra si sia dimenticato di lei se non per il chiacchiericcio relativo al fatto che non si vede troppo tempo o per i suoi problemi di salute. Finalmente Roma è tornata ad omaggiare Monica Vitti, la sua diva più moderna, attraverso magnifiche fotografie, filmati d’archivio, testimonianze brani autobiografici e proiezioni di film…

Il titolo della mostra è geniale e di felliniana memoria. A Monica Vitti si accostano innumerevoli aggettivi, parole: artista completa, rivoluzionaria, iconica. Perché dolce?

Come ricordavi è un po’ un gioco di parole felliniano. In occasione della festa per i suoi 80 anni, durante il Festival del Cinema di Roma veniva pubblicato, sempre dall’Istituto Luce e Cinecittà, un libro omaggio con questo titolo. Titolo mutuato intorno ad un siparietto televisivo di un programma in cui lei era ospite, come sempre effervescente, ironica, comica ed energica. Ad un certo punto di questo programma anni ’60 il presentatore la chiamò proprio La dolce Vitti. Mi era piaciuta questa espressione tanto più perché nello stesso anno in cui Monica Vitti riceva l’ambitissimo premio della giuria del Festival di Cannes con L’avventura, veniva premiata anche La dolce Vita di Federico Fellini. Una strana e insolita coincidenza.

Quali sono le caratteristiche che rendono unica la Vitti?

Innanzitutto la capacità di essere attrice nel vero senso della parola. È riuscita a contenere in sé due registi, drammatico e ironico. Lei si è affermata grazie alla capacità di Antonioni di capirne il talento e di sceglierla per la sua tetralogia esistenziale (L’avventura, La notte, L’eclisse, Deserto rosso). La Vitti si è affermata sia in Italia che all’estero attraverso il cinema drammatico. Ha lavorato con registi internazionali come Buñuel ed altri. Nello spiccare a livello internazionale credo che l’abbia frenata la paura di volare, ma anche una certa abitudine a vivere a Roma.

Unica perché, poi, ha avuto il coraggio di lasciare il cinema che l’ha fatta conoscere e apprezzare per passare a tutt’altro genere di film, come le commedie, rischiando. In quest’ambito è stata consacrata nel ’68 con La ragazza con la pistola di Monicelli.

Monica Vitti, inoltre, non è solo attrice ma è anche autrice. Acquista i diritti di Memorie di Una ladra di Dacia Maraini per realizzare, poi, ed essere protagonista di Teresa la ladra, diretto dal suo compagno dell’epoca Carlo di Palma.

È stata anche regista….

Certo, Monica Vitti è stata artefice della sua arte ed ha chiuso la sua carriera come regista. Credo, però, che abbia pagato il prezzo di essere donna, perché il cinema dell’epoca era prettamente maschile e non era pronto. Non la definisco una femminista ma è sicuramente un’artista che non ha avuto modo di esprimere al meglio il suo immenso potenziale. Si parla sempre dei grandi attori comici, i quattro colonnelli: Tognazzi, Gassman, Manfredi, Sordi, poco delle donne della commedia. Il problema è stato proprio come il mondo artistico del tempo ha guardato ai talenti femminili.

Mi verrebbe da dire che il grande pubblico è cresciuto con il mito di Monica Vitti ma c’è una generazione di giovani che non la conosce ed è lontana dalla storia del cinema e dei suoi personaggi. Può questa mostra e la fotografia avere il potere della riscoperta?

Assolutamente sì. Credo però che sia difficile arrivare ai più giovani, a meno che non siano cinefili, o abbiano interesse per il cinema d’autore, o non si imbattano nei film di Antonioni per scoprire quest’antidiva dalla voce rauca e così singolare per l’epoca. Ma per scoprirla realmente, per un giovane ci vuole uno sforzo maggiore. Sono contento se questa mostra abbia avuto questo ruolo.

Quale film consiglierebbe per conosce a fondo la Vitti?

Consiglierei innanzitutto L’avventura, il film che le dà il successo. Poi, La ragazza con la pistola, sicuramente Teresa la ladra e infine Flirt. Sono i film che scandiscono le varie fasi della sua carriera.

A conclusione della mostra, qual è la soddisfazione più grande che ha avuto come curatore?

Che ne hanno parlato tantissimo. Nel momento in cui ci si occupa di lei, quotidiani, televisioni, la rete ne parlano ed improvvisamente Monica Vitti ritorna ad essere di grande attualità. In qualche modo le abbiamo dato ancora quell’attenzione che merita. A noi piace ricordarla come una donna che ha segnato la vita artistica di questo paese, rivoluzionandolo.

Elisa Toma

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