Io, la storia

Sono nata il 20 luglio 1986. Tre mesi prima, il reattore nucleare di Chernobyl esplose. A mia madre incinta, a Torino, fu vietato di mangiare prodotti freschi. Otto giorni prima della mia nascita, si svolse l’epico concerto dei Queen allo stadio di Wembley. Tre mesi dopo, all’aeroporto di Karachi, si consumò il dirottamento del volo Pan Am 73. L’anno dopo, Thomas Sankara fu ucciso e Habib Bourguiba rovesciato da Ben Ali. A
Palermo, invece, venne pronunciata la sentenza di primo grado nel maxiprocesso a cosa nostra. Tre anni dopo cadde il Muro di Berlino. Era il 1989, esattamente 12 mesi prima che sbarcassi a Avellino, nel
novembre 1990. L’anno dell’uccisione del giudice Rosario Livatino, della destituzione di Ceausescu in Romania, della liberazione di Nelson Mandela, della riunificazione della Germania e dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq.
La prima guerra del Golfo esplose nel 1991, qualche mese prima che Achille Occhetto dichiarasse la fine del Partito Comunista Italiano, mentre la Uno Bianca diventava un caso di cronaca nazionale. A Lauro, quell’anno, venne ucciso Nunziante Scibelli: prima vittima irpina di camorra. Nel ‘91 iniziò la fine della Jugoslavia, con l’indipendenza della Slovenia e lo sbarco della Vlora a Bari: 700 profughi albanesi a bordo. A novembre moriva Freddy Mercury e la Pan Am smetteva di volare. A dicembre l’Urss si dissolse
definitivamente e mentre il comunismo cadeva, il primo sito web andava in rete.
Ho iniziato le elementari nel 1992, lo stesso anno in cui esplosero la guerra in Algeria e Bosnia-Erzegovina,
scoppiò lo scandalo di Tangentopoli e Cossiga si dimise da Presidente della Repubblica. Il giorno prima del mio sesto compleanno, alle 16.58 la mafia uccideva Paolo Borsellino. L’amico e collega Giovanni Falcone era
già stato dilaniato il 23 maggio a Capaci. A febbraio la strategia della tensione mafiosa, a Mercogliano, aveva travolto l’agente di polizia penitenziaria Pasquale Campanello.
Quando a settembre del 2000 ho iniziato le superiori, Putin era da qualche mese diventato lo zar di Russia e Bashar al-Asad aveva preso il posto del padre Hafiz alla guida della Siria. Otto giorni prima del mio quattordicesimo compleanno veniva stampata l’ultima lira. Sempre in quel mese di settembre, passeggiando sulla spianata delle moschee, Ariel Sharon scatenava la seconda intifada e a dicembre il reattore di Chernobyl si spegneva. Per sempre.
Il quindicesimo compleanno arrivò mentre a Genova infuriava l’ultimo scontro tra due visioni del mondo conflittuali e inconciliabili. Una delle due avrebbe finito per soccombere e fu quella sostenuta dal movimento “no global”. Era il luglio del 2001 e, ormai, la fiducia incondizionata nella fine della storia e l’utopia rivoluzionaria del world wide web erano in marcia verso il trionfo. Salvo subire una prima, drammatica battuta d’arresto contro il World Trade Center di New York, venuto giù come un castello di
carte. Era l’11 settembre 2001. Seguirono una serie di guerre disastrose.
Mentre cercavo di dare l’ultimo esame della triennale, falliva la Lehman Brothers. Il 19 settembre 2008, il crollo della banca di investimenti statunitense innescò un’enorme crisi finanziaria. E malgrado il primo
presidente afro-americano degli Stati Uniti d’America, la verità è che da quella strage silenziosa non siamo mai usciti. Tanto che alla Casa Bianca, dopo Obama, abbiamo avuto (e abbiamo) Donald Trump. E in Europa
le destre reazionarie volano sulle ali del consenso di elettorati più poveri e ignoranti di quanto non lo fossero prima della grande rivoluzione delle tecnologie democratiche.
I miei 34 anni arriveranno nell’anno della pandemia da covid-19. Non so ancora né dove né in quale condizione. Quello che so per certo, è che il rosario di eventi enormi, epocali che hanno scandito la mia esistenza, piccola, infinitesima, intreccia una trama di conflitti che sono il vero motore di quella che noi chiamiamo storia. Una storia di progressi e conquiste, ma anche di ingiustizie e sconfitte. Ci siamo illusi di
poterci rinchiudere in una sorta di bolla protettiva in grado di tenerci a riparo dalla violenza. E da quella cosa che chiamiamo morte. Averla rimossa dalla nostra quotidianità ci ha resi più vulnerabili e inermi di
fronte al lutto scatenato dall’epidemia. Che per la prima volta dopo decenni colpisce e rende vulnerabile la parte più ricca dell’umanità. Ma fuori da queste nostre vite fatte di comode incertezze, il mondo e i suoi conflitti continuano a macinare vittime. La natura continua a evolvere e a reagire alla condotta della specie più invasiva che popola la Terra. È la legge dell’evoluzione naturale.
Eppure, riavvolgere il nastro del passato, ci permetterà di vedere che questo dramma non è unico. Né senza precedenti. Nemmeno per l’occidente. Solo cento anni fa, la spagnola mieteva molte più vittime del covid. E allora, fuori, infuriava la guerra mondiale.
Ecco che allora il primo passo per reagire all’assurdità dell’epidemia è riscoprire che siamo esseri finiti che,
in quanto tali, muoiono. Riacquistare consapevolezza che il mondo reale contiene una dose incommensurabile di violenza è il modo per imparare a gestirla. Per opporvisi. Sfidarla. Farsene beffe e afferrare la meraviglia della vita. Nonostante tutto.

Giulia D’Argenio

Photo by Marianna Berno 

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