Helena Janeczek: La ragazza con la Leica e il Premio Strega

Helena Janeczek-Gerda Taro

«Dopo 15 anni il Premio Stega è donna! Con 196 voti, Helena Janeczek vince il prestigioso riconoscimento con “La ragazza con la Leica”, la biografia di Gerda Taro una delle più grandi fotoreporter della storia»

Ho scelto di raccontare la vita di Gerda perché è il simbolo di una donna libera e indipendente, che ha creduto nelle sue convinzioni

Sono queste le parole che Helena Janeczek ha usato per motivare la scelta della protagonista del suo libro “La ragazza con la Leica” che ieri si è aggiudicato l’ambito Premio Strega.

Helena Janeczek-gerda-taroIl libro, pubblicato da Guenda, ha ottenuto un totale di 196 voti, superando l’altro favorito della serata, Marco Balzano, autore di Resto qui (Einaudi), con 144 voti. In ordine di classifica, gli altri nomi sulla lavagna erano quelli di sono Sandra Petrignani (La corsara, Neri Pozza) con 101 voti, Carlo D’Amicis (Il gioco, Mondadori) con 57 e Lia Levi (Questa sera è già domani, E/o) con 55.

La vittoria di Helena Janeczek è davvero significativa. Il Premio Strega, infatti, torna ad essere assegnato ad una scrittrice dopo ben 15 anni dall’ultima volta; era il 2003 quando Melania Mazzucco lo vinse con Vita. È significativo, poi, perché, con il libro di Helena Janeczek, si rompe un circuito che vedeva il gruppo Mondadori- Rizzoli tra i consueti vincitori. Albo d’oro alla mano, dal 2000 a oggi Mondadori ha vinto 6 volte, Einaudi 5 e Rizzoli 3; 2 le vittorie di Bompiani, le stesse di Feltrinelli. Nel 2018 la casa editrice di riferimento è Guanda, fondata nel ’32 da Ugo Guanda, che si distingue fin dai primi anni per la sua linea editoriale originale e innovativa, rispecchiata in un catalogo che offre al lettore italiano la grande poesia europea, gli autori cruciali del Novecento e gli esponenti delle correnti più vive del pensiero moderno.

L’autrice, tedesca naturalizzata italiana, annovera nella sua produzione il volume fortemente autobiografico Lezioni di Tenebra, uscito in prima edizione per Mondadori nel 1997 e ripubblicato nel 2011 da Guanda. Il libro ha vinto il Premio Bagutta Opera Prima. Il romanzo Cibo del 2002Bloody Cow, per il Saggiatore, la storia di Clare Tomkins, la prima vittima della malattia di Creutzfeldt-Jakob, comunemente nota come “mucca pazza”.

Per Guanda ha pubblicato Le rondini di Montecassino, per raccontare la presenza di polacchi, pachistani (e altre nazionalità dimenticate) a una delle battaglie più cruente della seconda guerra mondiale. Di recente il romanzo è stato tradotto in altre lingue.

La ragazza con la Leica, ovvero Gerda Taro

Helena Janeczek-gerda-taro

Ho capito che Gerda è un personaggio così forte perché passa come una stella cometa nelle vite degli amici e degli amanti; e sono gli sguardi degli altri che ne restituiscono tutto la luminescenza, tutta l’energia inafferrabile. Questa donna sapeva tirare fuori il meglio dagli altri, come accade quando ti innamori e provi energie nuove, ti senti potenziato…”.

Così Helena Janeczek ha descritto la protagonista del suo libro in un’intervista concessa a ilLibraio.it. Gerda era giovanissima, bella, brillante, talentuosa e libera. Una vita d’arte e di rivoluzione. Gerda, è stata una tra le più grandi fotoreporter della storia, la prima a cadere in battaglia. Nacque a Stoccarda nel 1910 con il nome di Gerta Pohorylle da una famiglia della buona borghesia ebraica e passò la sua adolescenza a Lipsia crescendo secondo principi laici e di sinistra applicati ad una natura ribelle.

Venne arrestata per aver distribuito volantini antifascisti e dopo un viaggio in Italia si stabilì a Parigi. A Parigi si viveva un fermento culturale unico, vita bohemien, intense attività culturali, politiche, artistiche. Per le strade e i caffè della capitale francese si potevano incontrare personaggi di spicco come Walter Benjamin, Joseph Roth, Ernest Hemingway.

Lei, nel settembre del 1934, incontrò un giovane fotografo ungherese, Endre Friedmann. Si innamorarono. Erano liberi, giovani, traboccanti di vita e la loro storia d’amore era contrassegnata dalla libertà, dalla reciproca crescita artistica. Il loro amore era così vero da ricalcare la leggenda.

I due giovani e talentuosi ragazzi cambiarono i loro nomi in altri più esotici, in modo da non rendere immediata la loro provenienza. Il nome di lui si americanizzò in Robert Capa e quello di lei cambiò nel nome  che oggi ricordiamo, Gerda Taro. Nonostante le foto dei due fotografi fossero mischiate (inizialmente firmavano entrambi Capa), lui diventò nel giro di pochissimo tempo uno dei fotografi più conosciuti e richiesti a livello internazionale, mentre, come spesso accade, il nome di lei rimase nell’ombra, soprattutto nel corso della storia futura.

Allo scoppio dell’insurrezione franchista, i due si recarono in Spagna, diventando fotoreporter di quella sanguinosa guerra civile. Nel 1937 Capa partì per Parigi per lavoro, Gerda rimase a Madrid. Quella volta fu l’ultima volta che si videro. Gerda non aveva nemmeno compiuto 27 anni quando degli aerei tedeschi attaccarono il convoglio su cui viaggiava, di ritorno a Madrid con alcuni feriti. Rimase schiacciata sotto i  cingoli di un carro armato “amico” che perse il controllo. La notizia fece il giro del mondo e quando Robert Capa l’apprese ne fu devastato: “(…) piangeva e singhiozzava senza tregua” e fino alla sua morte descrisse Garda come la donna della sua vita.

Gerda Taro “si trascinava dietro la fotocamera, la cinepresa, il cavalletto, per chilometri e chilometri. Ted Allan ha raccontato che con le ultime parole ha chiesto se i suoi rullini erano intatti. Scattava a raffica in mezzo al delirio, la piccola Leica sopra la testa, come se la proteggesse dai bombardieri” (p. 186).

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