Gente al museo: l’arte di guardare l’arte

«Una gallery di fotografie di gente al museo. Dal genio di Elliott Erwitt all’eleganza nello scatto di Robert Doisneau, dal bianco e nero ai colori, da Parigi all’ex Unione Sovietica fino all’altro lato del globo»

Ogni volta che sono al museo mi perdo in mille pensieri, in innumerevoli osservazioni. È il mio posto giusto per dimenticare, per ricordare, per fuggire dalla realtà, per trovare un po’ di reale. Quando varco la soglia mi sento al sicuro. Quando sono dentro non vedo mai l’orologio. Non potrei mai, correre come Jeanne Moreau, Oskar Werner, Henri Serre, in Jules & Jim di Truffaut, per stabilire un nuovo record al Louvre. Corre -come dicevo- la mia testa, con la frenesia di guardare più cose possibili, di emozionarmi il più possibile. Certo, un ruolo determinante lo fa l’esposizione che mi appresto ad ammirare, ma è, in generale, il museo, l’atmosfera che si respira, quel silenzio smorzato da fruscii, bisbigli, spostamenti d’aria, movimenti improvvisi, parole pesate prima di essere pronunciate, prima che rompano, appunto, questo meraviglioso silenzio.

Il museo è un luogo sacro in cui il corpo ritrova l’anima grazie all’immenso potere dell’arte. Ho un ricordo prezioso di tutte le persone a me care che ha a che fare con un museo. Per primo mi viene in mente mio nipote che a pochi mesi ammirava Magritte o l’arte di David Bowie al Mambo Bologna per l’esposizione interamente dedicata all’uomo delle stelle, per ultima la mostra di Zavattini in Salento, con chi per me era arte fatta persona ma che non sono riuscita a capire.

I momenti migliori sono quando sono da sola, quando ho più tempo per guardarmi anche attorno, quando non ho il timore che chi mi accompagna vada di fretta. In questi casi, oltre ad ammirare l’arte, ammiro anche l’arte di chi guarda l’arte: la gente al museo.

Mi ricordo di una bambina al Vittoriano a Roma che si sedeva e guardava ammirata ogni quadro di Monet per una manciata di minuti. Minuti che sicuramente le resteranno impressi per tutta la vita. Mi piaceva immaginare che quadro dopo quadro, mostra dopo mostra avrebbe mutato la sua sensibilità, il suo sentire, il gusto, il suo modo di essere nel futuro. Opera dopo opera si cambia un po’. Mi ritornano, poi, in mente due anziani signori che abbracciati, sempre abbracciati, hanno attraversato il percorso museale dedicato ad Artemisia Gentileschi, guardando contemporaneamente ogni opera, amplificando l’amore, condividendo la passione. O al Reina Sofia, a Madrid, quando, per quanta ce n’era, dovevi necessariamente guardare la gente al museo prima di trovarti davanti La Guernica di Picasso nella sua interezza e enorme magnificenza.

Mi soffermo anche ad osservare, con la coda dell’occhio, chi al museo ci lavora: uomini e donne che, con compostezza ed eleganza, diventano i custodi di grandi capolavori. Mi è anche capitato di vedere restauratori all’opera, talmente concentrati su quel delicatissimo lavoro che mi pareva creassero una bolla invisibile tra loro e il via vai continuo che avevano intorno. Spesso ho avuto al collo anche io la macchina fotografica ed ogni volta ho provato a conservare l’immagine della “mia” gente da museo, spesso il divieto di fotografare ha vinto su quella frenesia di scattare tanto che molti sono rimasti solo ricordi fotografici (ma una lunga carrellata mai svanita).

Però, è sorprendentemente inevitabile rendersi conto di come l’arte di fruire l’arte sia una vera forma d’arte, soprattutto se si guardano le foto della gente al museo di questa gallery. Dal genio di Ellliott Erwitt all’eleganza nello scatto di Robert Doisneau, dal bianco e nero ai colori e ai colori di chi dipinge davanti ad un capolavoro, da Parigi all’ex Unione Sovietica fino all’altro lato del globo:

Elisa Toma

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