Donne di carta: la parola torna libera, come in Fahrenheit 451

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«Intervista a Sandra Giuliani, fondatrice dell’Associazione Donne di Carta, estratta dalla rubrica #OnTheRoad di Passaporto Nansen. La fantasia di Ray Bradbudy si fa concreta: con il “Progetto Persona Libro” la parola torna libera, sgravata dal peso della pagina e del segno»

“Noi non siamo che copertine di libri, il cui solo significato è proteggerli dalla polvere.”

Ray Bradbury

Chi ha letto Fahrenheit 451 può subito intuire come la fantasia di Bradbury, il suo autore, sia diventata realtà grazie all’Associazione Donne di Carta e al Progetto Persona Libro. L’autore del romanzano ha delineato un mondo senza più libri, vietati e bruciati da particolari pompieri che, anziché spegnere gli incendi, li appiccano, incenerendo il sapere. Sono ingaggiati da un sistema convinto che la parola sia l’arma più pericolosa. Il loro è un lavoro “comune”: “Il lunedì bruciare i luminari della poesia, il mercoledì Melville, il venerdì Whitman, ridurli in cenere e poi bruciare la cenere”. Ma una resistenza c’è. Qualcuno inizia ad imparare a memoria interi libri tramandando la cultura. Anche Truffaut ne ha fatto un film.

Così fa l’Associazione Donne di Carta (qui il sito ufficiale) che quest’anno compie 10 anni. Deve il suo nome alle quattro donne fondatrici: Sandra Giuliani – editora, Stefania Molajoni – libraia, Monica Maggi – giornalista, Rosanna Romano – operatrice culturale che hanno voluto, in questo modo, rivendicare la maternità dell’idea. Un’idea meravigliosa, coraggiosa, impegnativa: le Persone Libro imparano interi tomi a memoria e li recitano trasformando la parola scritta in parola pronunciata, trasformando la lettura silenziosa e personale in un’esperienza di condivisione e ascolto.

Passaporto Nansen, invece, è una rivista letteraria, semestrale, indipendente ed altrettanto coraggiosa. La parola, anche qui, è al centro delle riflessioni degli autori, scrittori, giornalisti e librai che ci scrivono a partire da un tema comune, uno spunto preso dalla letteratura. Passaporto Nansen è una fucina di idee, incontri, condivisioni. È una nuova idea di mondo, senza confini di sorta, geografici o mentali, e fonda le sue basi sul sapere e sul riflettere per destrutturare stereotipi, false rappresentazioni. Passaporto Nansen e l’Associazione Donne di Carta hanno molto in comune ed hanno già condiviso un pezzo di strada insieme.

Per la rubrica #OntheRoad di Passaporto Nansen ho intervistato, insieme a Maria Letizia Perrini, Sandra Giuliani, una delle fondatrici dell’associazione.

Vi riporto l’intervista perché dalle risposte traspare la potenza del Progetto Persone Libro, la forza di queste donne di carta e di “fiato”, la passione e l’amore per il sapere e la potenza assoluta e indiscussa della parola.

Con il Progetto Persone Libro sembra concretizzarsi ciò che Ray Bradbury ha scritto in Fahrenheit 451. Come nasce l’idea? 

Da un uomo: Antonio Rodriguez Menendez che è l’ideatore e fondatore, appunto, del “Proyecto Fahrenheit 451 las personas libro” nato  in Spagna (Madrid) all’incirca nel 2005 e di cui l’Associazione Donne di carta è la portavoce italiana dal 2009. Un incontro del Fato e fatato tra Donne di carta e Antonio, che ci ha permesso di promuovere le persone libro su buona parte del territorio nazionale mentre Antonio stesso nel frattempo è diventato un nostro socio! Il libro di Bradbury è di fatto la “Bibbia” del progetto e molte sue pagine sono nel nostro repertorio orale: “Trasmetteremo i libri ai nostri figli oralmente e lasceremo ai nostri figli il compito di fare altrettanto con i loro discendenti…”

Imparare a non dimenticare. Che significa essere una persona libro oggi e che definizione date al concetto di “memoria”?

Essere una persona libro è innanzitutto un metodo: dire con naturalezza, senza recitare, come se fosse un colloquio tra amici, guardando negli occhi chi ascolta per creare una  intimità e restituire alla lettura la capacità di creare una relazione. Ma significa anche impersonare delle parole, dare loro il corpo, il fiato di una persona. Il suo timbro. Significa ritrovarsi periodicamente con il proprio gruppo e imparare a memoria e a dire e ad ascoltare, sostenere le intenzioni di comunicazione, costruire insieme l’ascolto di domani quando quel dire viaggerà nelle strade fuori dal gruppo e incontrerà altre persone. E la memoria è l’atto affettivo di fedeltà a quelle parole scelte con cura, tra tante altre, da chi sa che dirle è mettersi in gioco in prima persona e invitare gli altri a una condivisione di quella bellezza o significatività prescelta. Le persone libro dicono i testi che amano. Non c’è memoria umana che tenga se non c’è questo legame. Quindi la definizione più appropriata di “memoria” è affettività, emozione, legame. “Imparare a memoria” in francese e in inglese mette al centro il cuore: par coeur e by hearth. Sarà un caso?

“Il libro è un fucile carico” scrive Bradbury. Carico di cosa secondo le Persone Libro? 

Ogni libro contiene parole che cadranno nella memoria di chi le dice e di chi le ascolta come un sasso o una piuma secondo il “peso” di sensi e di ricordi, di passato e di futuro che si portano dentro e che solo nell’accoglienza dell’ascolto troveranno davvero un senso. Ogni libro riacquista senso attraverso il lettore che incontra. La bellezza dell’oralità non sta solo nell’avere uno sguardo libero dalle pagine e che può quindi vedere chi ascolta, i suoi occhi, la sua espressione, e quindi in qualche modo percepire la traiettoria di quelle parole, la vera bellezza delle parole dette è quello che dicevo prima: dare un corpo. È più difficile dimenticare delle parole dette da una persona perché è più difficile dimenticare le persone. Ci sono testi che per noi hanno ormai il timbro delle voci che li hanno detti: io non leggo più circondata dal silenzio, per ogni parola che leggo o rileggo ricordo la voce che me l’ha donata. Allora possiamo dire che questo fucile è carico di… umanità.

Leggere presuppone un grado di solitudine che si annulla quando c’è qualcuno che ascolta un testo pronunciato a memoria. Con Persone Libro la lettura diventa una pratica di relazione e condivisione?

Ho già ampiamente risposto: sì, la lettura esce dal silenzio singolare e diventa parola viva nell’ascolto silenzioso degli altri ma c’è un altro silenzio importante che resta: è quello che precede ogni dire, dove la persona libro raccoglie tutte le parole scelte, le pensa, le sente e poi inaugura il discorso che rompe il silenzio interiore dicendo “Io sono…quel titolo e quel libro”. Dovremmo raccontare la magia di questa pre-parola che trova poi sostegno nel silenzio attento di chi ascolta, silenzio vivo che sostiene chi dice, e si fa sguardo, posizione del corpo. Una partitura di pause e di suoni. Se l’ascolto non funziona – per mille ragioni – anche la memoria cade. Sembra strano ma è questo il legame intimo su cui si basa tutto: a una disattenzione e disaffezione di chi ascolta si reagisce d’istinto con una frattura nella memoria della parola detta. Perché lì il silenzio non è più un sostegno. L’oralità delle persone libro non è quella della radio, non è un flusso ininterrotto di parole incatenate, è una consegna di attenzione: l’attenzione di chi dice – e che deve risentire dentro e fuori le parole imparate – e di chi le riceve come se dovesse custodirle. La situazione teatrale è ben diversa dal dire delle persone libro, la stessa differenza che c’è tra la confessione di un segreto a un’amica e la lettura espressiva di chi vuole sedurre o convincere.

“I libri rivelano i pori sulla faccia della vita”, scrive Bradbury: quali sono il senso e la necessità della lettura secondo le Persone Libro, oggi.

Non secondo le persone libro ma secondo Donne di carta. Le persone libro sono un progetto e un modo di promuovere la lettura facendo conoscere libri poco noti, facendo riascoltare classici, recuperando il senso collettivo dell’oralità ma è l’associazione che ha una visione globale sulla lettura intesa come capacità di comprendere il mondo. Ogni cosa in questo mondo è oggetto di lettura: una scritta sul muro ma anche un’opera della street art, le case del quartiere in cui abiti e il monumento storico che visiti, le nuvole in cielo e le orme sulla terra, la chimica di ogni elemento e quella delle tue emozioni. Donne di carta promuove un’idea di lettura che non si limita ai libri e alla scrittura ed è per questo, in realtà, che ama il progetto delle persone libro perché evidenzia i corpi, le facce, il fiato, i respiri, non solo i libri. Noi crediamo che questo modo di affrontare la lettura ne restituisca intanto il piacere, e il piacere è una necessità come l’amore lo è per la memoria. Poi siamo più che convinte, e abbiamo scritto un Manifesto che si chiama Carta dei diritti della Lettura (2011), che leggere sia un modo per crescere come singoli e come comunità, un modo per alfabetizzarci emotivamente e cognitivamente. Ma che sia anche un riconoscimento del legame con le proprie radici (Memoria storica e collettiva) e un modo per aprirsi alle culture altre. Ogni attenzione alla parola allena la sensibilità, l’empatia; serve leggere per educarsi alla bellezza, e per dirlo con le parole più belle delle mie userò quelle di Peppino Impastato: “affinché negli uomini e nelle donne rimangano sempre vive la curiosità e lo stupore”.

Le parole scritte diventano parole pronunciate. Quali sono gli elementi più importanti di questa trasformazione? 

L’incanto della parola-fiato. È semplice: la parola torna libera, sgravata dal peso della pagina e del segno. Circola, vola. Cattura. E non solo chi ascolta. Chi la dice la sente due volte, la risente. Basta leggere a voce alta un passo per renderti conto istintivamente se funziona o no. C’è una metrica del respiro diversa da quella degli occhi che seguono una riga. Tante volte quando leggiamo qualcosa che ci colpisce dentro di noi rileggiamo quel passo con una voce alta interiore, è come se in questo modo le parole si fissassero meglio, acquistassero una solidità diversa. E non è un caso che il momento più drammatico per le persone libro è passare dalla voce interiore a quella pubblica, sentire la propria voce che dice è un’esperienza. Bisogna farla per capirla. Quando andiamo in giro a dire chiediamo sempre a chi ci ascolta di donarci parole che ricorda a memoria, e allora il passaggio dal silenzio alla voce è un piccolo trauma… oddio non mi ricordo nulla… oddio la mia voce è brutta…oddio in pubblico no… Ma quando poi…dicono, cambiano faccia. E alla fine volano grazie commossi.

L’Associazione si chiama “Donne di Carta – Persone Libro”: ruolo della donna – donna lettrice in particolare – nella società, oggi.

Si chiama così solo perché l’hanno inventata e voluta 4 donne, non a caso tutte lavoratrici nel settore editoriale e della comunicazione. Poi è aperta a tutti ma è vero che la maggior parte dei soci sono donne, una dominante costante in tutte le città in cui siamo, dalla Toscana al Veneto. Sicuramente perché è un dato oggettivo: le donne leggono di più e leggono libri scritti da uomini e da donne ma soprattutto, almeno per il progetto delle persone libro, sono più coraggiose: si lanciano, si mettono in gioco, non mirano alla prestazione quanto alla complicità e infatti spesso i gruppi si trasformano in circoli amicali. Quello che le donne portano alla visione globale di Donne di carta è il senso autentico del volontariato: l’impegno in prima persona, il talento e il tempo messi a disposizione gratuitamente perché il mondo del gratuito lo abitano da sempre e sanno che ha un valore.

Come si diventa Persone Libro? In cosa consiste “La Carta dei Diritti della Lettura”?

Si diventa una persona libro facendo un breve training formativo guidato da soci più veterani e ci si inserisce in un gruppo già costituito, che noi spesso chiamiamo “cellula” in senso biologico o ci si dà da fare per costruirne uno. Abitiamo il progetto in modo collettivo non come prestazione individuale. La Carta invece è il Manifesto (8 articoli, una Prefazione e un Commentario, arricchiti dalle prefazioni di Michela Murgia, Lidia Castellani e da una postfazione di Massimo Squillacciotti) con cui Donne di carta grida al mondo Vogliamo leggerti, abitarti con consapevolezza, crescere all’ombra delle parole, scritte e dette, avere strumenti per cogliere ciò che ci circonda. Per capire il senso stesso dello stare al mondo. Stiamo traducendo gli articoli in spagnolo, francese, inglese e tedesco e a settembre riediteremo la Carta con questa nuova ricchezza.

Cosa vi accomuna a Passaporto Nansen? 

Il senso necessario della libertà come capacità di scelta. E per essere liberi davvero bisogna allenarsi. Insieme non da soli.

 

Intervista a cura di Elisa Toma e Maria Letizia Perrini

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