Con i piedi ben piantati sulle nuvole

scanzi libro

«La non-recensione del nuovo libro di Andrea Scanzi, pubblicato da Rizzoli: un viaggio attraverso storie di bellezza e utopie di un’Italia che, nonostante tutto, resiste»

A prima vista, il nuovo libro di Andrea Scanzi Con i piedi ben piantati sulle nuvole (Rizzoli) può essere scambiato per un mosaico. Un accostamento di tante piccole storie. Per ognuna di esse, un tassello. Alcuni iridescenti, cangianti. Alcuni traslucidi, sovrapposti a frammenti di mondo intangibili, volubili. Altri, invece, cupi, sbiaditi, scalfiti, sovente intrisi di malinconia. Non appena si inizia il viaggio, però, quello che sembrava un mosaico si rivela un caleidoscopio. Le sensazioni evocate da questi brevi racconti si intersecano, si sovrappongono, si mitigano o si incrementano vicendevolmente, e ciò che ne risulta non è già un’immagine da osservare, quanto piuttosto un modo di farlo. Il vero protagonista di questi scritti è, a mio avviso, lo sguardo. La (bravissima) fotografa Rebecca Norris Webb, nel libro “Street Photography e immagine poetica” (pubblicato da Aperture), ha scritto: L’occhio attento rende il mondo interessante. Una fotografia bella, come una bella poesia, è un piccolo universo a sé che non ci stanchiamo mai di esaminare.” Ecco. Solo mantenendo vigile lo sguardo si è in grado di riconoscere la bellezza nella quotidiana realtà che ci avvolge e che, altrimenti, rischia di risultare inerte. Solo allenandolo a questa accortezza si può sperare di intravedere, tra la mestizia e la routine, brandelli di umanità e speranza, impigliati in qualche scorcio, in qualche storia, in qualche utopia. Per imbattersi in questa bellezza desueta e bistrattata è necessario, perciò, scoprire i luoghi che ne sono scrigno e avvicinarsi ai sognatori che ne reggono le sorti. Bisogna, in poche parole, mettersi in viaggio. La curiosità è viatico irrinunciabile. In un’intervista rilasciata a proposito del suo libro Viaggi e altri viaggi (Feltrinelli), Antonio Tabucchi disse:

“[…] Qui ci sono i viaggi che ho fatto per farli. Non ho mai fatto viaggi per scriverne. Perché mi sembrerebbe stolto. Sarebbe un po’ come se uno volesse innamorarsi, per poi voler scrivere un libro sull’amore.”

Quando si viaggia per viaggiare, spesso il risultato è un’evasione: dalle contingenze del Tempo, dagli obblighi, da noi stessi. Si evade anche dal rumore, in fuga da un perpetuo chiacchiericcio che impedisce di ascoltare e di ascoltarsi.  Se il viaggio va a buon fine, se ne torna arricchiti – o alleggeriti, che a volte è la stessa cosa.

In questo elogio alla fuga e al silenzio, la bellezza cui si anela non è quella solenne, inflazionata, da cercarsi là dove tutti sanno che risiede: è semplice, umile, genuina. Inaspettata. È come certi lati B dei vecchi 45 giri. La si incontra sulle strade meno battute, quelle che, diceva Robert Frost, rendono diversi, quelle che offrono nuove prospettive su avamposti di resistenza e utopia. È su questi sentieri che s’incontrano paesi che sembrano aver poco da offrire solo per poter stupire di più quando lo fanno; ristorantini il cui nome è una specie di “salto temporale”; autogrill in cui non s’incontrano ragazze che mischiano birra chiara e 7UP, ma ragazzi che trasportano il greve peso delle responsabilità prima del tempo; gruppi di volontari che cercano di rianimare luoghi spettrali, usurpati da folli imprenditori; un Drugo nostrano; un ristoratore che “quell’amore, glielo dava. Lo metteva su ogni cosa che faceva. Anche la più piccola. Soprattutto la più piccola”; una coppia di viticultori alto-atesini “molto garbati e di poche parole”. S’incontrano anche storie dure, che sanno fare male. C’è l’Idroscalo di Ostia, dove Pier Paolo Pasolini venne ritrovato, ammazzato, il 2 novembre 1975. C’è un bar di Vasto dove riecheggia il suono di tre spari, spari che ci chiedono di conoscere la loro storia, di indagare le loro ragioni. C’è Civitella in val di Chiana, dove i nazisti trucidarono centoquindici persone. Li radunarono in chiesa e li giustiziarono. Il sacerdote, don Alcide Lazzeri, l’avrebbero risparmiato. Osò pretendere che lo stesso fosse fatto con i fedeli e per questo venne giustiziato a sua volta. Oggi la piazza porta il suo nome. “Il viaggio è anche questo: ricordare ciò che non vorresti, scontrarti con la brutalità della storia, alternare al riso il pianto.” Ci sono le note di Keith Jannet, dei Pink Floyd; i testi di De Andrè, di Guccini, di Fossati. Ci sono fan sciacalli di popolarità, avvoltoi chini sulla fama di divi che nemmeno conoscono. Ci sono treni fuori orario – estremamente fuori orario. Ci sono cibo, vino (tanto, vino) e moto. Ci sono libri. “Non ricordo quando sia cominciato, ma mi è sempre piaciuto attraversare le città come se fossi il protagonista sfuggito alla pagina amata di un libro. Ogni volta che vado a Lisbona, spero sempre di incontrare Ricardo Reis, uno degli eteronimi di Fernando Pessoa a cui José Saramago donò nuova vita, al punto da renderlo guizzante tra le viuzze dell’Alfama. Così per me Barcellona è Manuel Vázquez Montalbán, Parigi è la Belleville di Pennac. Le Langhe sono Fenoglio. Marsiglia è Fabio Montale che non muore, come non muore Jean-Claude Izzo.” Ma lo sguardo è rivolto sempre a loro, ai sognatori, a quelli che, tutto sommato, ci credono ancora, che si spendono, inesausti, per una passione o un’utopia. Gli unici che meritano torcida. “I sognatori, pure loro in via d’estinzione, sono manifesti o sottaciuti. I più famosi sono i primi, i miei preferiti sono i secondi. Se ne stanno sottotraccia, non ostentano le loro utopie e si creano il loro fortino di meraviglia quotidiana.”

“Con i piedi ben piantati sulle nuvole” mi è piaciuto, soprattutto, per la direzione che suggerisce. Una “direzione ostinata e contraria”, per chiamare in causa il Maestro. Il cinismo impera, empatia e umanità vengono schernite, la passione e l’utopia vituperate. Esiste un pensiero pratico e utilitaristico per ogni sogno che si desideri smantellare. La gogna del riso e del ghigno è sempre lì, una spada di Damocle in attesa di decapitare ogni emozione, ogni sentimento, ogni desiderio. Questo libro invita a fare il contrario: scalare il Monte Ventoso e guadagnare una prospettiva diversa sulle cose, una prospettiva che valorizzi quegli anfratti dimenticati, quei volti indomiti, quelle speranze scanzonate. Ci sono, anche, una cinquantina di pagine dedicate a dei “diari di viaggio”. Non ne ho scritto per due motivi: il primo è che parlano più di luoghi, che di storie, e, non conoscendone larga parte, non ho potuto goderne appieno; il secondo è che, in queste pagine, emergono alcuni tratti di Scanzi che, in questo contesto, ho apprezzato meno che altrove (il suo ormai proverbiale egocentrismo, sul quale gioca spesso d’astuzia, ma che qui in alcuni passaggi stona; o quell’ironia “nardelliana” che, se diverte su Facebook, nel libro rischia di smorzare un po’ dei toni altrimenti riusciti).

“Con i piedi ben piantati sulle nuvole” credo possa rintuzzare un’urgenza di curiosità che le pagine del libro non riusciranno (si spera) ad esaurire, e che spingerà il lettore a cercare nuove storie attraverso il proprio sguardo, nella propria quotidianità, grazie ai propri viaggi. E poi a immortalarne nei ricordi, per poter dire, un giorno, “io ricordo tutto, perché così non mi scordo di vivere.” Per poter restare umani.

Buona Resistenza.

Alex Piovan

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